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Una bomba scuote il mondo delle banche italiane. Nella giornata odierna il Corriere della Sera ha rivelato che l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio, il presidente del fondo Delfin e di Luxottica Francesco Milleri e il costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone sono indagati per presunte condotte irregolari nell’operazione che ha portato a settembre 2025 al completamento della scalata di Mps su Mediobanca, provocando il più importante terremoto finanziario della recente storia italiana. L’ipotesi di reato è quella di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza.

Cosa riporta il “Corriere”

Via Solferino riferisce che la Procura di Milano e la Guardia di Finanza hanno messo nel mirino il fatto che all’ombra della scalata Caltagirone e Delfin, principali azionisti di Mps dopo la vendita di quote da parte del Tesoro, avrebbero avuto un accordo “non dichiarato al mercato in violazione delle regole” che “sarebbe stato celato anche e soprattutto ai controllori Consob (l’autorità di vigilanza sulla Borsa), Banca centrale europea (vigilante sul sistema creditizio) e Ivass (vigilante sul mondo delle assicurazioni); e avrebbe comportato il coordinamento, oltre che degli acquisti nel 2024 di una quota di azioni Mps cedute a fine 2024 dal Ministero del Tesoro allora primo azionista della banca senese, anche degli acquisti di azioni di Mediobanca”.

La scalata di Mps a Mediobanca e il ruolo di Caltagirone e Delfin

Entrando in Mps, Caltagirone e Delfin nel novembre 2024 si sarebbero posizionati in mira per un’operazione a tutto campo. Il titolare di Cementir ed editore de Il Messaggero da un lato, il fondo degli eredi di Leonardo Del Vecchio guidato da Milleri dall’altro si trovavano nella posizione di azionisti forti di Mps, di principali capi dell’opposizione all’ormai ex Ceo di Mediobanca Alberto Nagel nel cda di Piazzetta Cuccia e a loro volta azionisti (10% Delfin, 6,5% in Generali) in Assicurazioni Generali, dove Mediobanca e Nagel col 13,5% sostenevano l’ad Philippe Donnet in un consiglio avente i due investitori nuovamente in minoranza.

Caltagirone e Delfin avrebbero agito in solido, dunque, superando la soglia del 25% di Mediobanca che avrebbe imposto l’obbligo di un’offerta pubblica d’acquisto. Al contrario, Mps ha scalato Mediobanca con un’offerta pubblica di scambio da 13,5 miliardi di euro approvata a settembre dagli azionisti di Piazzetta Cuccia col 62% di adesioni. In sostanza, il pensiero è che Mps sia stata proxy di un’operazione più vasta che i due avrebbero potuto, con maggior complessità, compiere in maggiore autonomia.

Un colpo anche per Meloni?

La bomba sul deal Mps-Mediobanca è importante. In giornata, a soffrire sono state le azioni dei due gruppi: -3% Mediobanca, quasi -5% Mps a Piazza Affari. In generale, le ipotesi di reato contestate potenzialmente in grado di riscrivere la storia dell’accordo. Si tratta solo di indagini, è bene ribadirlo, ma a caldo non si può non fare una riflessione: questa indagine è il secondo paletto posto in pochi giorni a chi era stato il principale sponsor esterno della scalata di Mps a Mediobanca, ovvero il governo di Giorgia Meloni.

Nei giorni scorsi era arrivata dall’Unione Europea la bocciatura dell’imposizione del golden power volto a fermare la scalata di Unicredit su Banco Bpm. Ora questa pesante indagine apre una fase di incertezze e può riscrivere la storia di un risiko bancario in cui Mps è riuscita a scalare Mediobanca, Lovaglio è assurto a banchiere di riferimento del panorama nazionale assieme al Ceo di Unicredit Andrea Orcel e i dioscuri Caltagirone-Delfin hanno sostenuto la prima scalata di successo di un polo finanziario romano e centrato nell’Italia peninsulare sulla piazza milanese. Ma l’ultima parola potrebbe non esser ancora stata scritta in questa sfida infinita.

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