Boeing e Intel: gli Usa che sanno ancora inventare ma non sanno più produrre

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All’ombra della re-industrializzazione dell’America, Intel e Boeing raccontano le problematiche che Washington si trova a dover affrontare nella sua corsa a riportare in patria diversi processi produttivi e a consolidare quelli in cui è tradizionalmente leader. La crisi della storica azienda dei microchip e quella del colosso dell’aeronautica e della difesa parlano della difficoltà di alcuni settori americani a coniugare capacità di restare sul mercato, investimenti ad alta intensità di capitale, innovazione continua e tutela della primazia tecnologica americana.

Su queste colonne abbiamo diffusamente parlato sia del caso Intel sia del problema di Boeing, per il cui approfondimento rimandiamo ai contenuti di seguito riproposti, mentre ora ci soffermeremo sull’allarme lanciato dal Wall Street Journal, voce autorevole del capitalismo finanziario Usa, sulle lezioni economiche e financo strategiche che le due crisi portano con sé.



La lezione principale, in quest’ottica, interroga in profondità il senso dell’intero processo di re-industrializzazione americana: gli Usa sanno progettare prodotti, device e sistemi avanzatissimi, ma sulla loro capacità di realizzarli adattandosi agli standard e alle scale della moderna competizione globale ci sono diversi dubbi. Il Wsj lo sottolinea ricordando che “Intel e Boeing un tempo rappresentavano lo standard di riferimento per prodotti innovativi conformi a specifiche esigenti e con una qualità costantemente elevata: ora non più”. Nessuno dei due “è caduto preda della concorrenza straniera a buon mercato ma dei propri errori”, prosegue l’analisi, sottolineando che in entrambe le aziende la cultura manageriale “si è evoluta per dare priorità alla performance finanziaria rispetto all’eccellenza ingegneristica, cosa che ha anche abbattuto un’altra icona della produzione, la General Electric“.

Ne consegue un’amara presa di posizione: “Gli Stati Uniti progettano ancora i prodotti più innovativi del mondo, ma stanno perdendo la capacità di realizzarli. Alla fine del 1999, quattro delle dieci aziende statunitensi di maggior valore erano manifatturiere. Oggi nessuna lo è”. Spicca, undicesima, Tesla di Elon Musk.

La crisi di Intel e quella di Boeing raccontano della difficoltà degli Stati Uniti di rompere le dipendenze strategiche dalle catene del valore globali. Un’ipoteca su qualsiasi strategia volta a sviluppare solo internamente le filiera ma anche sulla possibilità di governare il reshoring e il friendshoring tenendo le fila del processo.

Si pensi alle problematiche della Difesa Usa di rifornire le fabbriche d’armi di materie prime e semilavorati o al fatto che i sussidi del Chips Act americano stiano inondando aziende asiatiche come Tsmc e Samsung mentre Intel e Wolfspeed, due colossi a stelle e strisce, hanno alzato temporaneamente bandiera bianca sulla loro possibilità di espandersi con impianti in Germania. Eponima di questa fase è l’ascesa di Nvidia, diventata assieme a Google e Apple la regina di Wall Street grazie all’esplosione dell’intelligenza artificiale e del mercato dei suoi chip. Nvidia non produce materialmente nulla: progetta i chip e le loro architetture informatiche per abilitare l’Ia, ma esternalizza la produzione. Simbolo di un’America che domina nel concetto, nell’immaginazione, nella ricerca di frontiera. Ma dovrà sempre dipendere dalle filiere globali per la sua manifattura. Aggiungendo dunque soci di minoranza a qualsiasi volontà di una strategia America First.