Ma quindi, i dazi di Donald Trump funzionano o no? Ancora troppo presto per dare una risposta chiara a questa domanda. Ma sul piano politico e strategico iniziano a delinearsi delle dinamiche decisamente chiare.
Ad oggi, la nuova politica commerciale americana sembra aver focalizzato due delle tre principali strategie inizialmente pensate come logica conseguenza dei dazi come obiettivo di fondo, mettendo in secondo piano quella che doveva essere la principale motivazione delle tariffe: attirare investimenti industriali per tornare a far correre la manifattura interna, un obiettivo che si scontra con vincoli produttivi e d’investimento destinati a poter essere risolti solo sul lungo periodo.
A cosa mira Trump coi dazi
Più concrete le mire su due fronti complementari. Da un lato, gli Stati Uniti mirano, prosaicamente, a fare cassa. Come ha scritto il Financial Times, le entrate americane da dazi doganali nel secondo trimestre 2025 sono cresciute di 47 miliardi di dollari rispetto allo stesso periodo del 2024, toccando quota 64 miliardi. Questo è l’effetto delle tariffe minime del 10%, dei dazi al 25% sulle auto, dei rincari del 50% su acciaio e alluminio e delle prime misure “reciproche” messe direttamente in campo, ovvero quelle contro la Cina, che poi ha risposto duramente spingendo The Donald e la sua amministrazione a più miti consigli.
Dall’altro, gli Stati Uniti stanno sostanzialmente provando a far passare quel principio di cui avevamo scritto sulla volontà americana di chiedere il “biglietto d’ingresso” all’economia americana. Il dazio è calcolato come costo per compensare in parte, se non totalmente, l’onere che gli Usa si assumono garantendo l’apertura del commercio globale, emettendo dollari a iosa, difendendo le rotte marittime e facendosi carico col loro deficit commerciale della crescita del resto delle economie globali. Il Regno Unito con il dazio al 10%, il Giappone firmando il 15%, l’Indonesia al 19% e il Vietnam al 20% hanno accettato questo principio negli accordi conclusi con Washington. L’Unione Europea è indirizzata verso il 15%, anche se deve guardarsi dalla perenne tentazione americana alla guerra economica alla sua industria.
Si possono pensare queste manovre come profondamente orientate a una mentalità offensiva e aggressiva da parte della Casa Bianca. Ma la realtà è che la politica commerciale di Trump finora ha invece avuto portata difensiva.
Gli Usa hanno vinto sul piano culturale e ideologico la globalizzazione ma hanno subito i contraccolpi industriali, pur dominando sul piano tecnologico. Il deficit e il debito sono un problema vero, con i banchieri americani che iniziano a parlare sottovoce di ristrutturazione delle passività federali destinate a toccare 50mila miliardi di dollari nel prossimo decennio.
Una mossa difensiva
L’ipotesi di una futura insolvenza americana non è più un periodo ipotetico dell’irrealtà. Tutto questo concorre alla spinta di Trump ad alzare muri tariffari per “fermare Sole e Luna su Gabaon”, ovvero attivare un potere frenante a tendenze ormai consolidate: l’incremento delle disuguaglianze produttive tra aree d’America, la natura pressoché incontrollabile del deficit federale, l’impossibilità per l’America di essere l’ultimo ordinatore del commercio globale. Di reindustrializzazione si parla meno anche perché ad oggi la postura statunitense mira a conservare l’esistente.
In definitiva, Trump, con le sue alzate di toni, lo dice chiaramente al resto del mondo. Facendo intendere che l’alternativa è quella di fare i conti con l’insolvenza futura dell’azionista di maggioranza dell’ordine globale. Certo, da palazzinaro Trump è stato abituato a usare le leggi della bancarotta per non pagare, quando possibile, i suoi debiti. Con lo Stato federale Usa questa prospettiva non c’è. E i dazi mirano a ritardare un trend ritenuto preoccupante, a cui del resto l’amministrazione ha contribuito con il costoso One Big Beautiful Bill Act che aggiungerà 3.500 miliardi di debito al montante nel prossimo decennio. Funzionerà? Da questo trend si misurerà il successo dei dazi. Ultimo sintomo della fragilità intrinseca di una superpotenza in cerca ancora della sua rotta in un ordine mondiale che non è più solo il suo.
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