Le multinazionali americane della tecnologia si trovano in una situazione contraddittoria dopo il varo dei dazi da parte dell’amministrazione Trump che, per quanto sospesi per pressoché ogni Paese a parte la Cina, restano una spada di Damocle sull’economia globale. E ora più che mai i giganti dei software e degli algoritmi scoprono l’importanza dell’industria per i loro settori strategici.
Industria e tecnologia
Dietro ogni avanzamento tecnologico, dietro l’intelligenza artificiale, dietro il supercalcolo ci sono colossali investimenti in produzione industriale di device che vanno dai microchip alle schede grafiche capaci di garantire potenza di calcolo e tenuta dei sistemi. I dazi colpiscono potenzialmente una base manifatturiera radicata in Asia, e dato che dopo aver sospeso le tariffe reciproche Trump è pronto a imporre nuovi dazi sui semiconduttori importati negli Usa per Big Tech è ora di prendere le misure.
Molte aziende sperano che a compensare i dazi arrivino gli aiuti nazionali e i maxi-piani di sconto fiscale promossi da The Donald per favorire il reshoring della produzione. “Le aziende si affannano per adattarsi, deviando la produzione, rielaborando i contratti, costruendo nuove strutture e, in alcuni casi, preparando i clienti a costi più elevati. Il prossimo iPhone, prodotto quasi esclusivamente in Cina, potrebbe costare 2.300 dollari“, nota BuiltIn.
Il portale tecnologico aggiunge che anche se dovesse rimanere in vigore il dazio base al 10% “il settore hardware dell’industria tecnologica sarà tra i primi a risentirne”. In particolare “Apple, a lungo dipendente dalle fabbriche cinesi di Zhengzhou e Chengdu, sta accelerando il suo spostamento verso India e Vietnam“, mentre “in una lettera scritta congiuntamente all’amministrazione Trump, Sony, Nintendo e Microsoft affrontano il danno sproporzionato alla filiera del gaming, radicata in Asia, che si sta impantanando nei nuovi costi tariffari”.
Una strada complicata
Sarà complesso riportare tutta questa produzione negli Stati Uniti, dato che, semplificando, gli americani vogliono un lavoro che consenta loro di comprare un iPhone, non di assemblarlo. Possono essere stimolate dalle iniziative fiscali favorevoli solo settoriali, per quanto corpose, filiere come quella dei data center, mentre la grande scommessa resterà quella del ritorno in patria, per fini di sicurezza nazionale, di parte dell’investimento in microchip.
La scelta di Tsmc, il colosso di Taiwan, di puntare 100 miliardi di dollari per investimenti industriali negli Usa è emblematica in tal senso. Inoltre Nvidia, nota Axios, “ha annunciato di aver iniziato a produrre alcuni dei suoi chip di intelligenza artificiale nello stabilimento Tsmc in Arizona e che inizierà anche a produrre supercomputer di intelligenza artificiale in Texas”. La speranza è di cogliere al meglio le ricadute positive degli sconti fiscali promessi da Trump e, magari, guardare con attenzione alla nuova era industriale americana. Ma va sottolineato un dato: la quota asiatica resterà enorme e insostituibile. Pensare di azzerarla, nella filiera americana, sarà vano. Più pragmatico cercare di capire cosa, per ragioni di sicurezza nazionale, possa esser logico internalizzare. Ma è un discorso più ampio dei dazi. Leva difensiva, non offensiva, con cui Trump prova a invertire una realtà consolidata che vede l’America nazione di servizi, non di manifattura.