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Il fatto che il contenimento anti-cinese fosse, per gli apparati politici di Washington, divenuto un fatto strutturale e non una scelta di singole parti delle istituzioni Usa era conclamato da tempo, da ancora prima che Donald Trump si insediasse come presidente a Washington nel 2017 e avviasse la fase più dura della guerra commerciale, economica e tecnologica che ha avuto nella battaglia su Huawei, ritenuta minaccia alla sicurezza nazionale statunitense, il suo epicentro.

Il colosso tecnologico di Shenzen, leader globale nel 5G e nelle reti di telecomunicazione, è stato colpito da sanzioni, oggetto di attacchi politici da parte di funzionari e esponenti politici statunitensi, bersaglio di manovre diplomatiche volte a escluderlo dalla costruzione delle reti tlc di ultima generazione in Asia e Europa. Dall’Australia al Regno Unito, passando per Germania, Italia e Giappone, diversi Paesi hanno bloccato o ridimensionato il peso di Huawei nei loro 5G nazionali. Ma l’azienda a lungo ha tenuto botta sul fronte dei ricavi e dell’espansione commerciale.

La mossa di Biden

Joe Biden non ha affatto ridotto l’assedio Usa contro Huawei e il 5G cinese. Il neopresidente ha recentemente firmato nuove restrizioni all’uso di dispositivi Huawei negli Usa che, come riporta Bloomberg, “creano un divieto più esplicito sull’esportazione di componenti come semiconduttori, antenne e batterie per i dispositivi Huawei 5G, rendendo il divieto più uniforme tra i licenziatari”.

Dopo il blocco di 116 licenze a gennaio ad opera di Trump, con le nuove sanzioni gli Usa agiscono più a “monte”: non vengono colpiti dei segmenti della tecnologia 5G ma bloccati tutti quei contratti di fornitura legati a dispositivi e apparecchiature che possono essere utilizzati all’interno di terminali dotati di connettività 5G.

La strategia si inserisce nel piano dell’amministrazione di dare rilevanza alla produzione nazionale sul fronte delle materie critiche per le industrie strategiche e alla spinta sulla de-sinizzazione delle catene del valore, da perseguire sia attraverso la spinta sulle aziende nazionali sia, come segnala il Financial Times, con un asse con i rivali industriali di Pechino in Asia: Giappone, Taiwan, Corea del Sud.

Asse Usa con India, Giappone, Australia?

La pandemia di coronavirus ha amplificato, piuttosto che smorzarla, la competizione geopolitica tra Usa e Cina. Le nuove dinamiche economiche e geo-strategiche e i nuovi rapporti di forza garantiti dall’aumento di rilevanza della componente più tecnologica dell’economia e dell’industria hanno reso sempre più saliente la competizione nel settore.

Logico dunque aspettarsi un rafforzamento del piano anti-Huawei dell’amministrazione americana, che in quest’ottica, nota Formiche, può giovarsi dell’alleanza di attori sempre più rilevanti su scala globale: “La strategia multilaterale di Biden per affrontare la Cina potrebbe presto arricchirsi di un nuovo elemento. Secondo Reuters, da giugno Huawei e Zte saranno bandite dall’India. Già lo sono da Australia e Giappone. A dimostrazione del fatto che il Quad”, l’asse tra le quattro nazioni che gli Usa pensano come “carta” di contenimento anti-cinese, “è politico, economico, militare e tecnologico. E sta prendendo forma”. Nel primo vertice dei leader del Quad tenutosi sabato 13 marzo Biden, il premier indiano Narendra Modi e gli omologhi Yoshihide Suga (Giappone) e Scott Morrison (Australia) hanno indicato in un documento congiunto proprio il contenimento tecnologico anti-cinese tra gli obiettivi di comune rilevanza.

Trump-Biden: tre fattori di continuità

Notiamo in quest’ottica che Biden stia, di fatto, proseguendo sul tracciato inaugurato da Trump su ben tre filoni: il pressing sistemico su Huawei, rivale tecnologico numero uno degli Usa, che ora Washington potrebbe incentivare cavalcando strategie come la creazione di una rete a finanziamento pubblico tramite il Pentagono o cavalcando l‘alternativa modulare O-Ran; la spinta al ritorno sul territorio nazionale di produzioni industriali e asset ritenuti critici per le esigenze strategiche del Paese, che Trump voleva incentivare con le sanzioni e gli accordi diretti con le aziende e Biden, in maniera forse ancora più incisiva, vuole promuovere con alleanze sistemiche e massicci investimenti pubblici, un classico esempio di “capitalismo politico“; la spinta al contenimento geopolitico della Cina compiuta inserendo la battaglia tecnologica in partite di più ampia prospettiva e in una sfida sistemica in cui il Quad è ritenuto il formato ideale per creare un asse complementare alla Nato in Oriente.

Parliamo di partite di ampio respiro e di lunga prospettiva, che da un lato segnalano la spinta bipartisan di Democratici e Repubblicani a contenere la Cina, rivale numero uno di Washington, e dall’altro mostrano come, con le evoluzioni imposte in quattro anni di governo, Trump e il trumpismo non siano stati un accidente della storia. Tanto che Biden, sul fronte 5G e sfida a Huawei, cammina avendo ben presente il solco tracciato da predecessore.