La geopolitica della corsa allo spazio
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Joe Biden e il suo Segretario al Tesoro, Janet Yellen, sono pronti a rivedere alcuni dei dazi “non strategici” che colpiscono le importazioni cinesi. Una mossa distensiva che si presta a diverse interpretazioni. Intervenendo sul tema della guerra commerciale con la Cina nel corso del suo viaggio in Giappone il presidente degli Stati Uniti si è detto pronto a rivedere alcune misure imposte contro Pechino dall’amministrazione di Donald Trump.

In precedenza Yellen ha fatto sapere che negli Usa sono in corso discussioni a porte chiuse sui dazi della Sezione 301 del Trade Act, la legge sul commercio, imposti dall’ex presidente Donald Trump su merci cinesi per centinaia di miliardi di dollari.

La mossa si presta a diverse, approfondite, letture politiche. C’è sicuramente un primo piano legato alla necessità di dare piena applicazione agli accordi di “tregua” commerciale conclusi negli ultimi due anni e ai tentativi di intesa compiuti all’inizio del 2022, prima dell’invasione russa dell’Ucraina. In sostanza, Washington ha bisogno di crescita e oggi una ripresa dei commerci fa bene a tutti, specie sul fronte interno. E del resto, Washington vuole sfruttare la fase di alti prezzi per prodotti come quelli del settore agroalimentare e il gas naturale liquefatto per consentire loro di prendere la via del grande mercato cinese.

In secondo luogo Biden e Yellen vogliono usare l’onda lunga di una possibile distensione con Pechino per promuovere uno sforzo volto a abbattere l’inflazione e, dunque, a favorire i Democratici in un voto per le elezioni di mid-term che tutti i sondaggi danno per ora prossimo a trasformarsi in un successo repubblicano proprio a causa delle inquietudini della popolazione americana. Sfruttando così anche le proprie rendite di posizione. Come ha fatto notare StartMag, infatti, “alcune aziende – specialmente quelle del settore dei servizi – vorrebbero un abbassamento dei dazi, che potrebbe favorire un calo dell’inflazione e portare benefici elettorali”. Biden intende sfidare il Grand Old Party mirando alle contraddizioni dei dazi di Trump, che colpiscono principalmente gli affari di roccaforti repubblicane come le regioni cerealicole della Corn Belt, ma deve evitare contraccolpi politici: “rimuovere le tariffe senza ottenere nulla in cambio dal governo di Pechino costerebbe al presidente molte critiche da parte dei “falchi” anti-cinesi, dentro e fuori il suo partito”. Lo United States Trade Representative dell’amministrazione, Katherine Tai, “ha detto che, nonostante i dazi, la Cina non ha modificato le sue pratiche sui furti di proprietà intellettuale o sui trasferimenti forzati di tecnologia”.

Forzare unicamente per ragioni di politica interna, dunque, creerebbe problemi negli apparati federali che hanno da tempo identificato Pechino come il nemico pubblico numero uno. Dunque alla proposta distensiva di Biden si possono dare anche due chiavi di lettura nell’ottica della grand strategy americana, non necessariamente in antitesi tra loro.

In primo luogo va infatti rilevato che Biden ha dichiarato di voler cercare un’intesa con la Cina al termine di un intervento molto netto e deciso nel contrasto alle ambizioni della Repubblica Popolare. A Tokyo Biden ha affermato che gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan da una eventuale aggressione della Cina.”Questo è l’impegno che abbiamo preso”, ha detto Biden ai giornalisti parlando assieme al premier nipponico Fumio Kishida. Parimenti è stato annunciato il lancio di una nuova partnership economica in Asia-Pacifico con 13 primi Paesi partecipanti, tra cui Stati Uniti e Giappone, avente visione strategica anticinese. L’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef) non è un accordo di libero scambio, ma prevede un’ulteriore integrazione tra i Paesi membri in quattro aree chiave in cui la sfida con Pechino è forte: economia digitale, catene di approvvigionamento, energia green e lotta alla corruzione. Washington, con la mossa distensiva, segnala di non voler però accelerare sul contenimento a tutto campo in una fase in cui le attenzioni primarie sono concentrate sul contrasto alla Russia.

E proprio alla Russia bisogna guardare per capire, indirettamente, cosa Biden vuole ottenere porgendo un ramoscello d’ulivo alla Cina: il coinvolgimento di Pechino nel processo negoziale, andando incontro alla strategia velata della Cina di alzare i costi della mediazione. Offrire una sponda a  Pechino su questo fronte può renderla più attiva nel cercare di far trovare una quadra alle mosse di Vladimir Putin: e certamente la Repubblica Popolare non farà un passo prima di aver ottenuto concessioni concrete. Xi Jinping non si è mosso ancora ufficialmente, ma un imprimatur dato da una relativa distensione Usa e da altre possibili mosse in direzione di Pechino da parte dell’Occidente può far sentire più motivata la Cina in tal senso. Tutto questo nella decisiva constatazione che, per quanto importante, ogni distensione possa essere al massimo tattica. Sul piano strategico la rivalità è lanciata e, nel lungo periodo, strutturale. E il doppio tono del discorso di Biden a Tokyo lo testimonia, così come la risposta formale della Cina, basata più sul passaggio su Taiwan che sui dazi. “Nessuno dovrebbe sottovalutare la decisa determinazione, la ferma volontà e la forte capacità del popolo cinese di difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, nel corso del briefing quotidiano. Distensione sì, ma le priorità sono chiare. E questo lo sanno bene sia a Washington che a Pechino.

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