Joe Biden ha bloccato la vendita dello storico gruppo americano della siderurgia U.S. Steel alla giapponese Nippon Steel invocando per lo stop ragioni di sicurezza economica nazionale. A poco più di due settimane dalla fine del mandato presidenziale, l’inquilino della Casa Bianca compie una mossa attesa e che sarà sicuramente gradita anche al suo successore Donald Trump, concorde con l’avversario che lo sconfisse alle presidenziali del 2020 nel bloccare l’affare.
L’epopea di US Steel, simbolo di trionfo e declino dell’industria Usa
La manovra mostra quanto il cambiamento degli equilibri economici internazionali, le dinamiche cui fanno riferimento le principali sfide industriali planetarie e il clima di competizione geoeconomica nei settori chiave stiano rafforzando il primato della sfera securitaria su quella economiche anche nel commercio tra Paesi alleati, come sono Giappone e Usa.
Il tono del comunicato della Casa Bianca è di quelli che non lascia spazio a interpretazioni. Per Biden esistono “prove credibili” che attraverso l’acquisizione, la Nippon Steel “potrebbe intraprendere azioni che minacciano di compromettere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
Nel dicembre 2023, l’annuncio dell’accordo tra Nippon Steel, il terzo maggiore produttore di acciaio al mondo, e US Steel, una delle storiche icone industriali degli Stati Uniti, ha generato un acceso dibattito sia economico che politico. La vicenda ha attirato particolare attenzione a causa delle critiche esplicite del presidente Joe Biden, che si è opposto con forza all’operazione, considerandola una questione di sicurezza nazionale. Al centro dell’attenzione, anche il ruolo controverso dell’ex segretario di Stato Mike Pompeo, che ha sostenuto l’affare in veste di lobbista.
Fondata nel 1901 grazie all’iniziativa di J.P. Morgan, US Steel ha dominato il settore industriale statunitense per gran parte del XX secolo, producendo, al suo apogeo, quasi due terzi dell’acciaio del Paese. L’azienda rappresentava allora il motore della manifattura a stelle e strisce che ha fatto la fortuna della zona dei Grandi Laghi, l’area industriale che ha alimentato la crescita economica americana durante l’età d’oro dell’industria pesante, e che ora è diventata la Rust Belt. Tuttavia, il progressivo declino dell’industria siderurgica americana ha trasformato questo simbolo in una realtà marginale: dal 1990, US Steel ha perso la sua quotazione in Borsa e oggi si colloca solo al ventisettesimo posto tra i produttori mondiali.
I dubbi di Biden su Nippon Steel
Una delle principali incertezze legate all’accordo riguardava la fattibilità del piano presentato da Nippon Steel, che prevedeva investimenti miliardari per modernizzare gli impianti di US Steel e consolidarne la produzione. Se da un lato questi interventi avrebbero potuto rivitalizzare un settore in difficoltà, dall’altro devono fare i conti con un contesto industriale americano in rapido cambiamento.
L’amministrazione Biden spingeva per il reshoring della manifattura americana, un processo volto a riportare la produzione industriale negli Stati Uniti per contrastare la dipendenza economica dall’estero, e altrettanto è pronto a fare The Donald. Il reshoring è stato finanziato da Biden con i sussidi alla produzione di componentistica tecnologica, veicoli elettrici, infrastrutture di connettività, reti energetiche e via dicendo.
L’acciaio gioca un ruolo cruciale in questa strategia, essendo indispensabile per progetti infrastrutturali su larga scala. Inoltre, in un’epoca di consolidato riarmo è vitale averne una completa disponibilità per il rafforzamento delle capacità militari.
Il Committee on Foreign Investment in the United States (Cfius), organo incaricato di vigilare sulle acquisizioni estere, ha ammonito che un’eventuale acquisizione straniera di US Steel potrebbe minare questa spinta, esponendo il Paese a rischi geopolitici e commerciali.
La sicurezza nazionale al centro, sempre
“L’industria della Difesa americana spinge per armare Paesi amici come Ucraina e Taiwan e rifornire le forze Usa”, scrivevamo parlando del dossier, ricordando come “il senatore Mark Kelly (Democratico dell’Arizona) e il deputato Mike Waltz (Repubblicano della Florida) hanno ideato una rara operazione bipartisan per rafforzare la capacità americana nel potenziamento della US Navy e rilanciare i cantieri navali, per cui servirà moltissimo acciaio made in Usa“.
Da queste preoccupazioni è nato uno scenario in cui anche un’azienda di un Paese amico è stata presentata come una minaccia alla sicurezza e alla prosperità americane, un’estremizzazione della questione della primazia dell’interesse nazionale sul commercio e le regole di mercato che da un lato mostra la tensione reattiva della classe dirigente Usa, unita in forma bipartisan contro l’accordo, e dall’altro però può esporre gli States a delle controindicazioni. Come reagiranno i vertici di Tokyo se, ad esempio, nei prossimi mesi, il presidente eletto Donald Trump chiederà più investimenti alle loro aziende tecnologiche in settori come quello dei chip Usa? O maggiori screening ai rapporti economici con la Cina? L’affare Nippon Steel potrebbe avvelenare i rapporti economici transpacifici. Con effetti certamente imprevedibili sia sull’economia che sulla sicurezza nazionale Usa.

