Joe Biden si prepara a bloccare l’acquisizione dello storico gruppo americano U.S. Steel da parte della giapponese Nippon Steel per ragioni di sicurezza economica nazionale? L’indiscrezione fa da giorni il giro dei maggiori media degli Usa. In un contesto in cui il cambiamento degli equilibri strategici e il clima di conflittualità sta portando sempre di più le ragioni securitarie davanti a quelle economiche anche nel business, come il Financial Times ha sottolineato in un’ampia trattazione negli scorsi giorni. Ma se ormai si è abituati a veder entrare nella cronaca di tutti i giorni notizie di questo tipo a proposito di attori rivali, come succede spesso tra Usa e Cina, più rara è l’emersione di un braccio di ferro tra Stati alleati come Usa e Giappone.
Da tempo Nippon Steel vuole acquisire U.S. Steel, colosso di Pittsburgh in difficoltà nel competere su scala globale in un mercato siderurgico globale che da tempo ha perso negli Usa, vista la precipua de-industrializzazione vissuta dagli States. Biden sembrerebbe esitante. Pressato su questo fronte da più necessità.
La prima: capire se sono sostenibili le proposte di Nippon Steel di investimenti miliardari negli Usa per rafforzare e modernizzare la produzione del gruppo oggetto del processo di scalata. In secondo luogo, il dato strategico legato alle necessità industriali di un’America che cavalca il re-shoring delle aziende delocalizzate e, dalle infrastrutture al riarmo, ha una fame di materie prime senza precedenti in questo secolo. Secondo il Committee on Foreign Investment in the U.S. (CFIUS), ente governativo che analizza le azioni di gruppi stranieri negli States, una scalata nipponica a U.S. Steel aprirebbe potenzialmente la strada a un ammorbidimento della posizione americana sulla possibilità di daziare l’acciaio straniero, rendendo meno competitiva la produzione interna di fronte all’invasione del mercato di acciai cinesi o indiani a basso costo.
La Pennsylavania dell’acciaio al centro delle elezioni
C’è però un terzo dettaglio che non va sottovalutato. U.S. Steel è un gruppo con sede a Pittsburgh, città della Pennsylvania che rappresenta uno dei simboli della de-industrializzazione americana. E proprio la Pennsylvania è uno Stato dove in caso di via libera di Biden alla trattativa Donald Trump, che sul protezionismo economico basa buona parte della propria agenda, potrebbe sfruttare questo dossier a suo favore nella campagna elettorale contro la vicepresidente Kamala Harris. Nel cui esito proprio questo è tra gli Stati destinati a esser decisivo.
“Gli oppositori più accaniti dell’acquisizione di US Steel sono i leader del sindacato United Steelworkers, che ha sede in Pennsylvania”, ricorda il New York Times. Nel “Blue Wall” sfondato dal Partito Repubblicano con Trump nel 2016, l’appoggio alle politiche industriali di Biden è stato decisivo per spingere gli elettori del Partito Democratico a tornare alla base nel 2020, contribuendo alla riconquista degli Stati operai della Rust Belt da parte di Biden. United Steelworkers ha sostenuto Biden nel 2020 e quest’anno. In seguito, dopo il suo ritiro, è passato ad appoggiare Harris sperando che l’amministrazione uscente tuteli l’acciaio made in Usa. Il Nyt ricorda che “i leader del sindacato United Steelworkers hanno dichiarato di non essere soddisfatti delle condizioni offerte loro dalla Nippon Steel e hanno sostenuto che l’acquisto di una società siderurgica americana da parte di una società straniera metterebbe a repentaglio la sicurezza nazionale”.
L’irritazione giapponese
A cavallo tra sicurezza economica e elezioni si va, dunque, verso il possibile stop al deal nippo-americano. A prezzo, ricorda il quotidiano della Grande Mela, di esacerbare le discussioni tra le due sponde del Pacifico, dato che Usa e Giappone sono attivi in grandi dialoghi per approfondire le partnership di sistema: “Tokyo e Washington stanno lavorando per rafforzare i legami per controbilanciare la crescente influenza economica e militare della Cina in Asia. Sul fronte economico, gli Stati Uniti hanno fatto pressione sul Giappone affinché imponesse ulteriori restrizioni alla capacità delle sue aziende di vendere alla Cina utensili avanzati per la costruzione di chip“. E i funzionari di Tokyo denunciano che Biden verrebbe meno al clima di cooperazione verso rivali comuni impedendo la nascita di un conglomerato nippo-americano capace di sfidare la Cina nella siderurgia.
Il “sovranismo” di Biden
Il possibile irrigidimento “sovranista” dell’amministrazione americana si inserisce dunque in una tendenza ormai consolidata che vede la tutela di occupazione e sviluppo economico andare di pari passo con ragioni che fanno riferimento all’ampia sfera della sicurezza nazionale. E che per le moderne potenze nelle fasi più critiche non distingue tra alleati e rivali nel codificare un’azione come minacciosa. Al contempo, il tema economico-industriale sarà vitale per capire il futuro dell’economia Usa e l’esito delle elezioni in una fase critica ove tra tassi, inflazione e rischi recessivi l‘economia americana è in bilico. E forse Biden sarà costretto a rinunciare a investimenti e partnership per salvaguardare la sua base elettorale e trasmetterla a Harris. In una dinamica in cui alla Casa Bianca sarà davvero difficile capire quale sia la scelta ottimale da compiere.
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