Bialetti passa in mano cinesi. Dopo l’approvazione del bilancio 2024 il gruppo con sede a Coccaglio, in provincia di Brescia, erede dello storico produttore di caffettiere di Omegna (Verbania), ha accettato l’offerta per la vendita del 78% del capitale.
Il fondo lussemburghese Nuo Capital, fondato dal magnate cinese Stephen Cheng, ha comprato l’equivalente del 59% del capitale di Bialetti Holding, la capogruppo di Bialetti Industrie, mentre circa il 19,5% è stata passata di mano da Sculptor Ristretto Investment. La valutazione complessiva dell’affare è di circa 53 milioni di euro. Poteva andare diversamente? Difficile a dirsi. Parliamo di una perdita per il Made in Italy? Non è detto. Ma urge andare con ordine.
L’affare che porta Bialetti in mani cinesi
La ristrutturazione del capitale è la seconda della storia di Bialetti. L’originale azienda di Omegna non esiste più dal 1998, anno in cui si fuse col bresciano Gruppo Rondine attivo nella produzione di pentole e utensili da cucina portando a Coccaglio, con il nome di Bialetti Industrie, brand, produzione e eredità industriale.
Dunque, in un certo senso, la vecchia Bialetti non esiste più o meglio, è risorta di fatto come Araba Fenice dopo le difficoltà dell’erede: la famiglia Ranzoni, fondatrice del gruppo Rondine, provò a trasformare nei primi Anni Duemila l’erede del marchio che ha costruito la prima moka, l’iconica caffettiera diventata oggetto-simbolo dell’Italia postbellica, in una multinazionale tascabile multiprodotto. Non andò come previsto.
La ristrutturazione dell’azienda
Come nota Il Sole 24 Ore, “dopo il tentativo di espansione multiprodotto, con una serie di acquisizioni, a valle della quotazione nel 2007, negli ultimi anni Bialetti ha scelto di concentrarsi sul caffè, uscendo definitivamente anche dal cookware, business originario della famiglia Ranzoni, con il marchio Rondine (due anni fa la cessione delle pentole Aeternum, anche queste acquisite dopo la quotazione, a Illa) e riducendo la rete di negozi a marchio”.
L’azienda aveva profondamente ristrutturato il business e aveva cercato di portare il bilancio in parità. Ieri i conti 2024 parlavano di un risultato quasi ottenuto: 149,5 milioni di euro di ricavi e poco più di un milione di perdite, legate soprattutto a questioni finanziarie e debiti. La percezione è che il momento ideale per vendere le quote fosse ora, ma che questo al contempo non coincida con la fine della storia del marchio reso celebre per la moka, la caffettiera creata da Alfonso Bialetti nel 1933.
La caffettiera prende il nome dal centro esotico di Mokha, in Yemen, antico porto di transito del caffè dall’Africa all’Europa, ma ora i suoi destini saranno legati a un Oriente ancora più distante. Perlomeno così sarà sul fronte del capitale. Resta, viva e forte, la forza del brand e l’eredità della storia produttiva recente, che ha visto la concentrazione della produzione in provincia di Brescia.
Bialetti resterà Made in Italy
Da quando nel 2022 Bialetti “ha riportato nello stabilimento di Coccaglio parte della produzione, installando una linea robotizzata per il montaggio ed il confezionamento delle caffettiere in alluminio”, nota il Giornale di Brescia, l’azienda è tornata “a realizzare internamente l’intera produzione delle caffettiere, dalla fusione che avviene in Romania, al confezionamento finale nel sito di Coccaglio”. Inoltre, da tempo l’azienda lavora “all’espansione internazionale del marchio Bialetti, un brand del Made in Italy riconosciuto nel mondo”, anche tramite “l’apertura di filiali commerciali negli Stati Uniti, in Germania, Australia e Giappone”.
Per l’acquirente cinese, in tempi di dazi americani a Pechino, un’entrata nel capitale senza stravolgimento industriale può aver valore strategico. Al contrario di altre vendite a operatori stranieri di eccellenze industriali (pensiamo a Fedrigoni e Radici di cui si è parlato), Bialetti è inscindibile nel suo business dalla territorialità e da una filiera tornata all’antico dinamismo. Il cuore resterà sempre il Made in Italy. E questo qualsiasi portatore di capitale straniero lo dovrà capire.