Con oltre 930 miliardi di euro messi finora in campo come disponibilità, la Germania assorbe il 55% dei 1.800 miliardi di euro da parte degli Stati come misure anti-crisi, di sostegno alla liquidità delle imprese e di salvataggio dei settori strategici in crisi.

Il piano con cui Berlino ha promesso liquidità per mezzo miliardo di euro alla compagnia aerea Condor è stato solo l’ultimo di una lunga serie di manovre e potrebbe aver ben presto un seguito di volume ancora maggiore se andasse in porto il piano concordato dal governo di Angela Merkel con Lufthansa. “Il governo federale e Lufthansa avrebbero concordato un piano di salvataggio da 9 miliardi di euro per il gruppo che fa capo all’omonima compagnia di bandiera tedesca, gravemente colpito dalla crisi provocata dalla pandemia di coronavirus”, scrive Agenzia Nova riportando la notizia lanciata dalla versione tedesca di “Business Insider”.

La Commissione europea ha, per ora, approvato quasi 2 trilioni di euro di misure sotto le nuove regole degli aiuti di Stato rese più flessibili dalla Commissione a marzo. Dopo la Germania, “la Francia – spiega un portavoce della Commissione contattato da La Stampa – ha notificato misure che rappresentano circa il 20% dell’ ammontare totale, l’Italia il 10%, il governo britannico il 5% e quello belga il 3%”. La certezza, però, è che difficilmente tutta la massa di denaro mobilitata dai governi in queste condizioni arriverà all’economia reale.

Prendiamo il caso italiano: la Commissione, leggendo le carte e ciò che è scritto nero su bianco, ha ridimensionato gli annunci del governo Conte, abbassando da 400 a 200 miliardi la cifra ufficialmente deliberata nel decreto liquidità. Ma, come si è visto, le difficoltà negli stanziamenti, lo scarso finanziamento di Sace, la necessità di mettere nei portafogli delle banche fondi di garanzia per i prestiti coperti dallo Stato e una generale confusione amministrativa hanno ridotto a 25 miliardi i fondi disponibili allo stato attuale, in attesa di nuove misure.

La Germania, con il volume del suo intervento interno, dimostra in un certo senso le motivazioni del suo scarso interessamento per una rapida e precisa risposta comune europea. L’esecutivo della Cancelliera, già nelle prime giornate della crisi, aveva mobilitato la Kfw, la super-Cdp tedesca, per mettere in campo un massiccio piano di garanzia e prestiti alle imprese, preparandosi al contempo ad aggiungere al deficit per l’anno in corso 156 miliardi di euro e a predisporre, tramite il ministro dell’Economia Peter Altmaier, un fondo pubblico per rilevare e gestire le quote delle aziende strategiche debilitate dalla crisi e potenzialmente soggette al rischio di scalate straniere, pensato in funzione anti-cinese e anti-statunitense.

Per gli altri Paesi europei la vera certezza di un intervento massiccio e incondizionato sarà l’attivazione del Recovery Fund comunitario. Il quale però è stato dilazionato da Berlino al 2021: Angela Merkel ha vinto la battaglia nell’Unione sulle tempistiche delle misure anti-crisi, riuscendo a incassare il tris Mes-Bei-Sure sul breve periodo e a dilazionare al 2021 il fondo comune, indorando la pillola ai cittadini tedeschi in un anno elettorale in cui Berlino spera di presentarsi con una situazione economica consolidata e la Cancelliera mira, senza troppo nascondersi, a prolungare la sua esperienza di governo fino a un quinto mandato. La solidità della risposta interna giustifica, davanti all’interesse nazionale tedesco, i temporeggiamenti sulla manovra comune europea: e il fatto che Berlino sia pronta a rallentare l’Europa per aumentare il suo peso relativo non è affatto una novità.

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