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La mossa di Christine Lagarde e della Banca centrale europea di promuovere, contemporaneamente, un aumento dei tassi di interesse nell’area euro allo 0,5%, primo rialzo dal 2011, e la nascita del tanto discusso “scudo anti-spread”, può essere letta sotto diverse filigrane. Una di queste è quella della profonda frattura tra “falchi” monetari, favorevoli al rigore e alle restrizioni, e “colombe” interventiste. La sintesi, dal 2015 al 2020, è stata trovata con lo schema di Mario Draghi del quantitative easing sostenuto da rigide condizionalità nelle proporzionalità degli acquisti. I piani d’acquisto anti-pandemia hanno esaurito il bazooka della Bce, che si è trovata di fronte al rincaro dell’inflazione non riuscendo a capirne la natura esogena e soprattutto la forza di situazione destinata a durare.

Il rialzo dei tassi soddisfa i falchi

In quest’ottica i falchi rigoristi, guidati dal governatore della Banca centrale olandese Klaus Knot, hanno esercitato una grande pressione per rialzare rispetto alle aspettative il programma di stretta sui tassi: dallo 0,25% atteso il tasso è salito fino a un livello doppio e la Lagarde ha promosso l’idea di ulteriori aumenti, come del resto banche quali la Federal Reserve hanno già messo in chiaro da tempo.

Per i falchi questo è ovviamente un risultato che va nella direzione auspicata, ma del resto si può smorzare decisamente il tono di un possibile allarme su una svolta rigorista a tutto campo mettendo in chiaro che la Bce sta, in parte, recuperando il tempo perduto: l’inflazione, complici le incertezze dell’Eurotower, è volata all’8,6% nell’Eurozona e un aumento allo 0,25%, dopo i dati di giugno, non era più comunque sostenibile a prescindere. Francoforte non ha ceduto ai falchi, ha voluto risparmiarsi un gradino che sarebbe stato comunque, in tempi brevi, scalato.

La Bce torna alla lotta all’inflazione

Più rassicurante, per i falchi, è il fatto che la Bce abbia dichiarato di voler contenere fino al 2%, decapitandola di oltre tre quarti del suo livello, l’inflazione e che il controllo dei prezzi e la loro stabilità siano tornati il focus primario del suo operato. Il Qe targato Draghi si proponeva tre obiettivi: difendere i mercati dall’instabilità facendo convergere gli spread con la liquidità a governi e società (centrato in pieno), evitare la deflazione con un moderato ritorno dell’inflazione da domanda (risultati incerti su questo fronte) e trasmettere lo stimolo all’economia reale (in larga parte non raggiunto). Ora la manovra diventa meno ambiziosa e più ortodossa, come richiesto dai Paesi più rigoristi della “Nuova Lega Anseatica” e dell’area nordica e, in prospettiva, dalla Germania terrorizzata dal ritorno di fiamma dell’inflazione. In quest’ottica i rigoristi possono puntare al ritorno delle ragioni del rigore e del contenimento delle esuberanze monetarie e fiscali fin dalle analisi che la Commissione von der Leyen farà nella prossima sessione di scrutini delle manovre dei Paesi europei. La stretta monetaria chiama il ritorno del Patto di Stabilità dal 2023: è questa la speranza recondita che Knot e i colleghi rigoristi ripongono nel trend anti-inflazione della Lagarde.

Tpi: compromesso tra falchi e colombe?

Ma nonostante questi appunti che i falchi possono indicare come a loro favorevoli, non si tratta certamente di una svolta iper-rigorista per l’Eurotower. La quale, del resto, non può permettersela.  Il varo dello scudo anti-spread, ufficialmente Transmission Protection Instrument (Tpi) lo conferma. Il Consiglio direttivo della Bce – si legge in un nota della banca di Francoforte – “ha ritenuto necessaria l’istituzione del Tpi al fine di sostenere l’efficace trasmissione della politica monetaria” come complemento alla politica di normalizzazione dell’Eurotower. La quale non sarà dunque senza se e senza ma e, anzi, prorogherà le misure di allentamento delle norme sugli acquisti già messe in campo con il Pandemic Emergence Purchase Plan (Pepp) del 2020, permettendo un trattamento ad personam a favore degli Stati che subiranno pressioni debitorie e potranno vedere i loro titoli detenuti dalla Bce rinnovati in caso di emergenza.

Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte, ha dichiarato a Focus Risparmio che il risultato del meeting di giovedì è stato “un do ut des tra un rialzo più corposo in cambio del via libera al piano anti-frammentazione”, una sorta di compromesso tra falchi e colombe per evitare di far saltare il banco, compiuto in nome del pragmatismo, volto a evitare il tiro alla fune degli anni scorsi. Certo, per capire fino in fondo in che misura l’influenza dei falchi sarà stata accolta dovremo aspettare la definizione concreta del Tpi: gli acquisti nell’ambito del Tpi saranno potenzialmente illimitati (cosa che piacerà ai mercati finanziari e ai Paesi ad alto rischio debitorio), ma si verificheranno unicamente durante “dinamiche di mercato indesiderate e disordinate”. Dalla definizione concreta che l’Eurotower darà di queste “dinamiche” e dalla possibile presenza di condizionalità per gli interventi del Tpi capiremo, fino in fondo, in che misura la ripresa di vigore da parte dei falchi sarà stata strutturale nel discorso europeo. In modo tale da capire rischi e opportunità per l’Italia nell’imminente sessione di bilancio, che si preannuncia un vero e proprio slalom.

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