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Quando nel 2015 Mario Draghi varò il quantitative easing per imporre una discontinuità nell’azione della Banca centrale europea contro la crisi economica, andando oltre misure non organizzate strutturalmente come i Targeted Long-Term Refinancing Operations (Tltro), agì di fatto andando oltre i limiti del mandato e delle azioni che l’Eurotower poteva mettere in campo. Facendo sistema dell’esperienza acquisita e dei limiti di una politica monetaria orientata ad assecondare le logiche del rigore, Draghi senza compiere rivoluzioni prese atto del fatto che le manovre poste in essere dall’Unione europea erano rovinose. Sei anni dopo, la lezione dell’attuale presidente del Consiglio è diventata anche sul piano normativo e concreto regola aurea della Bce.

Christine Lagarde, la cui Bce ha alla barra del timone il capo economista irlandese Philip Lane, draghiano tra i draghiani, ha applicato la prima revisione formale dello statuto dell’Eurotower dal 2003 ad oggi aggiungendo al tradizionale target di inflazione del 2% la possibilità di inserire manovre ad hoc per puntare, temporaneamente, oltre quei livelli. Legittimando di fatto la possibilità di azioni strategiche estemporanee e di politiche fuori dall’ordinario corso della policy, come del resto sono stati il Qe di Draghi e il suo naturale erede, il piano anti-pandemia che ha coinvolto complessivamente 3mila miliardi di euro.

L’ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale ha parlato con il Financial Times della sua visione per la politica monetaria del Vecchio Continente, sottolineando che l’Eurotower ha deciso di impostare politiche monetarie in grado di agire con “continuità” e “persistenza” in fasi caratterizzate da bassi tassi, come quella attuale, nelle quali i tassi di interesse sono tenuti bassi. E in cui è fondamentale trasmettere alla politica fiscale stimoli e volani operativi sotto forma di un contesto monetario volto ad agire contro ogni possibile scenario di crisi. La Lagarde aggiunge che la “vigilanza avanzata della Bce dovrà allinearsi con la revisione strategica posta in essere”. Come se al posto del suo successore all’Eurotower parlasse Mario Draghi, a dieci anni dalla sua nomina alla guida della Bce. Certo,  nel nuovo documento non si pongono posizioni definitive sull’helicopter money e sulla trasformazione della Bce in prestatore di ultima istanza per i governi europei; ma la revisione strategica della Bce mette definitivamente nero su bianco la ricerca di una crescente autonomia strategica da parte di un’istituzione sovrana e “commissaria” in Europa.

Il draghismo si istituzionalizza sotto il profilo monetario in Europa dopo essere diventato pensiero mainstream oltre Atlantico. Gradito da Barack Obama e invidiato da Donald Trump all’Unione europea, Draghi si è confrontato in maniera continua con la collega Janet Yellen, direttrice della Fed ai tempi della sua permanenza alla Bce, oggi segretario al Tesoro dell’amministrazione Biden. Jerome Powell, governatore della Fed, ha recentemente fissato nel 2023 la data di ritorno ai primi aumenti dei tassi di sconto e mediato tra le aspettative più “morbide” espresse nella riunione di maggio, nel corso della quale tale orizzonte temporale era stato fissato al 2024, e le posizioni dei sempre più attivi “falchi” della banca centrale statunitense intimoriti dall’inflazione. Powell ha impostato fin dai primi giorni della crisi del Covid una manovra monetaria messa fianco a fianco con le politiche di tamponamento della recessione poste in essere dall’amministrazione Trump prima e da quella Biden poi.

Di fatto si è puntato al maggior coordinamento tra attività della Fed e economia reale sulla scia delle lezioni apprese dall’attività della Bce che ha impostato un Qe diverso da quello promosso da Ben Bernanke ai tempi di Lehmann Brothers. E con tutte le disponibilità offerte dal peso globale del dollaro e della finanza statunitense, la Fed ha potuto promuovere un’azione di rilancio dell’economia impareggiabile per qualsiasi altra istituzione centrale del pianeta.

Fed e Bce comunicano, si allineano e parlano attivamente. Il consenso transatlantico su tassi e interlocuzione monetaria ha il suo punto di riferimento nell’acquisizione di una maggiore consapevolezza politica da parte delle banche centrali nell’era in cui storicamente maggiore è il loro peso nei sistemi globali. Mario Draghi questo lo aveva capito già ai tempi del primo Qe europeo: e ora la contingenza in via di sviluppo, che lascia aperti i cordoni delle borse, rompe i tabù sull’inflazione e apre al sostegno a misure keynesiane da parte dei governi, di fatto aiuta la sua agenda da presidente del Consiglio. Una curiosa eterogenesi dei fini: il Draghi banchiere centrale ha posto le premesse per sdoganare l’azione del Draghi premier.