La tempesta giudiziaria che sta coinvolgendo la scalata di Monte dei Paschi di Siena a Mediobanca e sta chiamando la Procura di Milano a indagare per aggiotaggio contro Luigi Lovaglio, Ceo di Mps, il finanziere e costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, e Francesco Milleri, presidente di Delfin, può creare grattacapi al sistema finanziario nazionale, mettere in discussione la strategia del governo Meloni e richiamare in ballo l’eccezionalità di Assicurazioni Generali, vero obiettivo della manovra borsistica più arrembante del 2025 italiano.
Andiamo con ordine. Su queste colonne vi abbiamo raccontato con dovizia di particolari le questioni strategiche ed economiche sottendenti la mira della banca risanata di Rocca Salimbeni su Piazzetta Cuccia, la spinta del senso di rivalsa di Caltagirone e Delfin contro Mediobanca e dell’ex Ceo Alberto Nagel per le diverse sconfitte subite in Piazzetta Cuccia (dove i due erano azionisti), ma soprattutto in Generali, ove Mediobanca in asse con i fondi stranieri ha sostenuto due volte l’elezione dell’ad Philippe Donnet.
La spinta del governo Meloni
A ciò si sommava la volontà del governo Meloni e della destra italiana di contare in un sistema economico-finanziario in cui le due banche maggiori, Unicredit e Intesa Sanpaolo, da un lato fanno corsa a sé e dall’altro hanno al cuore del loro azionariato rispettivamente una sommatoria di importanti attori istituzionali e il complesso delle fondazioni bancarie, poteri sempre sfuggiti alla proiezione politica del campo conservatore.
In questo senso, la manovra Mps-Mediobanca, partita dopo l’ingresso di Delfin e Caltagirone nel capitale del Monte, serviva a sdoganare tre partite di peso:
- La volontà del mondo romano di poter aver voce nella finanza milanese, ritenuta avulsa dal resto del sistema di potere nazionale.
- La spinta a creare una rete di finanzieri e investitori nazionali capaci di consolidare in senso nazionale un “Terzo Polo” meno avulso dalle questioni della Penisola rispetto al duo Unicredit-Intesa.
- La tendenza condizionare in senso politico la concentrazione degli istituti, sfida vistasi anche con lo stop di Unicredit alla scalata a Banco Bpm tramite applicazione del golden power, poi respinto dalla Commissione Europea.
Dopo Mediobanca, Generali
Obiettivo ultimo, Generali. La più grande azienda privata d’Italia, tredicesima società finanziaria al mondo per ricavi, terza assicurazione d’Europa è stata vista come obiettivo strategico dal duo Delfin-Caltagirone, sconfitti più volte da Nagel nella corsa al suo controllo, e seguita anche con attenzione dal governo Meloni, che guardava con attenzione al ruolo di titolare di grandi quote di debito pubblico di Generali e delle sue possibili sinergie con attori stranieri (Natixis, ora in bilico) che avrebbero potuto annacquarne l’italianità, almeno secondo i timori di Palazzo Chigi.
Roma contro Milano, con vista Trieste
Ciò che i Pm ipotizzano, e cioè che ci sia stato un concerto non dichiarato e un patto occulto elusivo delle regole del mercato per creare le condizioni favorevoli all’Ops, andrà valutato sul piano giudiziario. Sul piano politico, ribadiamo quanto sempre scritto, e cioè che le condizioni che spingevano Caltagirone, Delfin e il Tesoro a scalare sostanzialmente in cordata, con manovre complementari, l’affare Mediobanca erano palesi e osservabili.
Il dato da aggiungere è duplice. Da un lato, questa inchiesta manda un segnale: se a Lovaglio, Caltagirone e Delfin verrà contestata ulteriormente la fattispecie in esame nell’inchiesta, la nuova proprietà di Mediobanca e i suoi due soci forti dovranno dimostrare di non aver agito in sintonia per non essere messi nelle condizioni di dover puntare a un’offerta pubblica d’acquisto forzata di Generali, di cui ad oggi detengono oltre un terzo del capitale. E dunque questo ci insegna che la partita dell’assetto futuro del Leone di Trieste sarà ben altra cosa rispetto a qualsiasi scalata possa avvenire negli istituti milanesi e che nessuna alchimia aritmetica è da dare per scontata.
Una sfida per Meloni e Giorgetti
Dall’altro, poi, parliamo di una profonda bocciatura della linea di Giorgia Meloni e del Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che hanno sostanzialmente visto messo nel mirino lo schema romanocentrico di ridefinizione dei rapporti tra il potere nazionale e la finanza milanese, a scapito della vocazione internazionale e di mercato di quest’ultima.
L’inchiesta su Lovaglio, Caltagirone e Milleri si somma allo stop dell’Ue al golden power per Unicredit-Banco Bpm, che ha messo Roma nella tenaglia tra Bruxelles e il Ceo di Piazza Gae Aulenti, Orcel. L’intera architettura costruita nel 2025 rischia di essere smantellata rapidamente e il governo chiamato a raccogliere i cocci politici di un progetto di riassesto della finanza nazionale ad oggi sempre più precario. E in cui forse, a ben guardare, potrebbero risultare vincenti solo quegli attori stranieri che all’ombra della lotta tra le signorie bancarie hanno aumentato il loro posizionamento negli asset critici della finanza nazionale.
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