Banche italiane, gli utili record del 2024 alimentano il risiko del sistema finanziario

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Le banche italiane hanno vissuto un 2024 di eccellenti risultati, alimentato da utili record che si sono espansi dell’8% rispetto al già florido 2023. Secondo un’analisi Value Partners, infatti, le prime sette banche italiane hanno visto i loro profitti salire a 24,85 miliardi di euro complessivi nell’anno appena passato contro i 23,1 miliardi del 2023.

Meno banche più solide

I dati complessivi, secondo Kearney, parlano di profitti per 31,4 miliardi di euro (+10%) a fronte di ricavi totali di 88,6 miliardi di euro (+6%). In sostanza, oltre un euro su tre che circola nel conto economico bancario alimenta, direttamente o indirettamente un utile, e ora sta alle banche capire cosa fare di questi risultati brillanti.

Il risultato, ovunque, sembra essere chiaro: le banche stanno usando i tesoretti garantiti dall’alto margine d’intermediazione e dai tassi elevati e i risultati dello scorso biennio per compiere complesse operazioni di consolidamento, che spesso sommano manovre prettamente di mercato a dinamiche strategiche con ricadute politiche.

L’idea è che il sistema bancario abbia anticipato i trend provenienti dal mercato europeo e ispirati da letture come quella della Banca centrale europea o dal Rapporto sulla competitività dell’Ue di Mario Draghi, che perorano entrambi il consolidamento tra gli istituti. In sostanza, meno banche, più solide, con attivi alimentati da margini d’interesse e grandi economie di scala, fortemente capitalizzate e capaci di competere con gli istituti dei principali poli finanziari globali, di matrice anglosassone.

Il nodo della crescita

Ad oggi la crescita dimensionale appare un obiettivo chiaro soprattutto in termini di capitalizzazione. Il Ceo di Intesa San Paolo, Carlo Messina, ha ad esempio celebrato di recente il superamento dello storico traguardo degli 80 miliardi di euro di valore borsistico da parte del primo istituto italiano. Un risultato ragguardevole, ma che vede comunque Intesa capitalizzare la metà di Citigroup, centesima azienda al mondo per valore (158 miliardi) ed essere assai lontana da altri big come Royal Bank of Canada (171 miliardi), Goldman Sachs (210 miliardi) o Bank of America (354 miliardi).

Intesa può permettersi di agognare risultati di Borsa, altri istituti sognano aggregazioni di sistema. C’è dinamismo. Banco Bpm intende concludere l’offerta pubblica d’acquisto su Anima Sgr ma è al contempo oggetto dell’offerta da oltre 10 miliardi di euro da parte di Unicredit. Piazza Gae Aulenti, poi, è entrata in forza in Germania nel capitale di Commerzbank da cui mira a incassare una ricca plusvalenza e intanto col 4% in Generali vuole parare eventuali minacce da parte del duo Caltagirone-Delfin che stanno usando, in sponda col governo, Monte dei Paschi di Siena per tentare una difficile scalata da 13 miliardi di euro al cuore salottiero della finanza italiana, Mediobanca. Nel frattempo, Unipol, esclusa dal capitale di Mps nell’ultima vendita di quote pubbliche, mira a fondere Bper e Popolare di Sondrio, di cui detiene il 19,9% del capitale, con l’offerta della prima sulla seconda.

L’evoluzione della finanza italiana

Tutto è in evoluzione e alle spalle ci sono i brillanti risultati bancari e finanziari dell’ultimo anno, che si sommano a un 2023 già ricco. Qui la scommessa di buona parte del sistema finanziario è quella di immettere liquidità per rendere dinamico il mercato. Del resto, in un contesto di un sistema finanziario italiano a bassa capitalizzazione e in cui i deal tra grandi gruppi privati sono rari il mondo bancario resta uno dei pochi spazi in cui vedere manovre di questo tipo.

Per molti istituti la scommessa è che finita la fase dei tassi alti e dei ricavi spinti dal margine d’interesse le banche, una volta consolidate, si troveranno più ricche, strutturalmente più solide, e maggiormente capaci di competere su scala nazionale e internazionale. A ciò si aggiunge la volontà di cordate come quella del Tesoro e del duo Delfin-Caltagirone di usare i proventi del biennio per operare una ristrutturazione del sistema finanziario nazionale. L’unica certezza è che, visti i rischi presi da molti attori, finita questa fase di consolidamento il sistema italiano non sarà più come quello di partenza. Se sarà più solido è ancora tutto da vedere: l’importante, per le banche italiane, è che quote di risorse non vadano bruciate in pericolose e spericolate scommesse.