La fine del 2025 delinea uno scenario chiaro sul versante della partita italiana delle banche: c’è aria di concretizzazione per quel “Terzo Polo” prospettato da molti investitori, come la finanziaria Delfin degli eredi del patron di Luxottica Leonardo Del Vecchio e il costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone, e sostenuto dal governo di Giorgia Meloni come possibile alternativa al duopolio dei colossi, Unicredit e Intesa San Paolo.
Mps-Mediobanca ieri, Bpm domani
E così come nel 2025 la madre di tutte le battaglie è stata la scalata del Monte dei Paschi di Siena, con i tre registi del Terzo Polo come azionisti, a Mediobanca, da noi raccontata diffusamente su queste colonne fino alla caduta dell’impero di Alberto Nagel sotto l’assedio dei senesi, anche nel 2026 sarà una banca milanese la sede della principale battaglia: basta spostarsi poche centinaia di metri e da Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca, si arriva a Piazza Meda, dove si trova il quartier generale di Banco Bpm.
I rumors più caldi parlano del fatto che tra Mps e Bpm possa avvenire una sostanziale convergenza. L’opzione di una fusione sarebbe, innanzitutto, gradita al governo, che mantiene il 4,9% del capitale nel Monte tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Inoltre, sovrapporre Mps, Bpm e Mediobanca consentirebbe di saldare un istituto con proiezione nordica (Bpm), una banca d’affari e boutique finanziaria con solide partecipazioni fonti di dividendi nel salotto milanese (Mediobanca) e una banca in rinascita ben radicata nell’Italia centrale e peninsulare (Mps), con alle spalle grandi azionisti internazionali come BlackRock.
Bpm al centro del Terzo Polo?
Bpm è azionista, a sua volta, di Mps. Detiene il 3,7% del capitale del Monte ed è ritenuto un asset strategico per poter mettere a terra il progetto di un Terzo Polo capace di camminare con le proprie gambe e di avvicinarsi, impensierendole su certi dossier e in territori chiave per lo sviluppo del Paese, alle due regine della finanza nazionale.
L’inclinazione di Bpm e il tempismo delle mosse che condizioneranno la finanza nazionale saranno cruciali. Il gruppo guidato da Giuseppe Castagna si trova in una situazione paradossale. Da un lato, i numeri degli ultimi anni di bilancio lo classificano in scia agli altri istituti italiani come partecipe di una fase di utili-record per le banche nazionali: dopo aver realizzato 1,92 miliardi di euro di profitti nel 2024, Banco Bpm mira a macinarne almeno 1,95 nel 2025, ritoccando al rialzo il record, e i primi nove mesi lo posizionano in corsa per riuscirvi. Bpm, radicato tra Lombardia, Veneto e Piemonte nel cuore produttivo del Paese, è già, seppur staccata, la terza banca del Paese e gode di un’invidiabile solidità patrimoniale.
Dall’altro lato, però, proprio lo stato di salute di Banco Bpm lo rende attenzionato per possibili operazioni di scalata. Il governo Meloni ha già provato a fare barrage col golden power alle mire di Unicredit, che su Bpm ha puntato a compiere ciò che era riuscito a Intesa Sanpaolo con Ubi nel 2020-2021.
Unicredit e Credit Agricole, mire su Bpm
L’Europa ha però cassato i poteri speciali italiani e chiesto a Roma di fare un passo indietro, dunque si riapre l’ipotesi che Andrea Orcel e i suoi possano tornare alla carica nel 2026, come abbiamo ricordato. Ma non finisce qui. Bpm deve anche guardarsi dagli appetiti mai sopiti dei francesi di Credit Agricole. La banca transalpina, la cui sezione italiana è ben ramificata nel Paese, guarda in particolare a Anima, la Sgr (Società di gestione del risparmio) del gruppo Bpm, di cui detiene il 20% del capitale con la prospettiva, dietro approvazione della Banca centrale europea, di poter salire al 29%, a un passo dalla soglia per l’offerta pubblica d’acquisto.
In questo grande duello il Mef e Meloni hanno sembrato inizialmente privilegiare politicamente l’ipotesi Credit Agricole ridimensionando Unicredit, salvo poi iniziare a tessere la tela del Terzo Polo. Per il quale, però, un Bpm con o senza Anima farebbe una certa differenza. Come spiega Italia Informa:
Il governo vedrebbe con favore una aggregazione tutta italiana Mps–Banco Bpm, che consentirebbe di mantenere in mani domestiche un gruppo di dimensione sistemica, con forti radici nei territori e una presenza capillare nel Nord e nel Centro del Paese. Una fusione, inoltre, offrirebbe una via d’uscita ordinata alla partecipazione pubblica: il Tesoro potrebbe diluirsi ulteriormente nel capitale del nuovo soggetto, vendendo quote in momenti favorevoli di mercato.
Il risiko è sempre più articolato
Questo è il grande triello del risiko bancario. Da un lato, le mire di Unicredit che ha tutto l’interesse a ridimensionare sul nascere il Terzo Polo. Dall’altro, la pista francese, che per l’esecutivo consentirebbe di annacquare il potere di Piazza Gae Aulenti e della rivale Intesa concedendo però spazio a un soggetto straniero su un attore che non si è voluto concedere a Unicredit anche in nome della garanzia sul debito pubblico e, peraltro, con la prospettiva di veder passare oltralpe il controllo su Anima. In mezzo, l’ipotesi fusione.
Il dato da constatare, in questa situazione complessa, è che nessuno, in quest’ottica, sembra voler chiedere il parere a Bpm, che nel 2025 ha difeso il suo “splendido isolamento” dietro risultati operativi brillanti. Ma nel 2026, per Castagna e i suoi ciò potrebbe non bastare. Il risiko si fa sempre più conteso.
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