Mentre in Italia corre fortemente la partita del risiko bancario e tra poteri finanziari e istituzioni si confrontano obiettivi e aspettative diverse, i dati emersi nelle ultime settimane permettono di capire quale sia il carburante dell’attivismo dei grandi istituti nazionali: i profitti, che consentono agli operatori di mercato di guardare al presente con serenità e al futuro con ambizione sulla scorta di anni positivi a causa del guadagno da margine d’interesse che ha messo in sicurezza i bilanci delle principali banche e ricompensato notevolmente gli azionisti.
Dal 2023 al 2024 gli utili emersi dai bilanci delle banche italiane sono cresciuti di quasi 6 miliardi di euro e hanno fatto segnare un +14%, toccando il record di 46,5 miliardi. Dal 2021, ultimo anno prima dell’aumento dei tassi d’interesse da parte della Banca centrale europea, gli utili annui sono sostanzialmente triplicati e complessivamente nel 2022-2024 gli istituti italiani hanno generato 112 miliardi di euro di profitti, secondo i calcoli della Federazione autonoma bancari italiani. Le banche hanno consolidato i loro bilanci dando nuova linfa all’attività creditizia come leva del business e liberandosi di oltre 17 miliardi di euro di crediti deteriorati. Sembra ormai alle spalle la crisi bancaria di un decennio fa, segnata dall’inizio di una durissima vigilanza della Banca centrale europee sulle banche più in crisi.
I crediti deteriorati delle banche toscane, le crisi degli istituti veneti, la moria di vecchie casse, la concentrazione di nuovi gruppi e la grande vigilanza emersa nella popolazione circa i problemi delle banche hanno contribuito a porre le basi per una cura da cavallo indubbiamente durissima ma capace di ripulire gli istituti e di renderli maggiormente performanti. Le banche hanno capito le determinanti strutturali della propria sicurezza e hanno visto un campo da gioco notevolmente mutato presentarsi all’era post-Covid e alla fase dei nuovi tassi alti. Ne è emersa una duplice conseguenza: da un lato, conti maggiormente in ordine e stabilità interna alle banche. Dall’altro, secondo il vecchio adagio secondo cui l’argent fait la guerre, il risiko è stato avviato proprio dalla maggiore disponibilità di capitali.
La “madre” del risiko bancario fu l’operazione che tra il 2020 e il 2021 portò Intesa San Paolo a inglobare tramite offerta pubblica di scambio Ubi Banca, terzo gruppo italiano. Quella fu un’operazione di sistema con cui Corso Inghilterra volle ricordare la sua leadership nazionale. Oggi emergono manovre tattiche e strategiche alimentate dai flussi di cassa: l’Ops di Bper su Banca Popolare di Sondrio, andata in porto, e quella di Unicredit su Banco Bpm, fermata dal governo Meloni, nascono dalla volontà di creare vaste sinergie operative e fare economie di scala.
Monte dei Paschi di Siena, cavalcando il dossier Mediobanca, è il simbolo del cambio di fortuna delle banche più in crisi dello scorso decennio, oggi in grado di penare a importanti operazioni strategiche. Dove porterà questo movimento? Avremo meno banche, più solide e stabili, salde nei fondamentali e capaci d’espansione? Oppure gli istituti consumeranno risorse per andare dietro a fuochi fatui? Porsi queste domande è fondamentale. Banche sane sono un fattore virtuoso per tutto il sistema. La giusta dose di dinamismo, purché non sfoci in azzardo, può aiutare a renderle tali.

