La Cina ha messo nel mirino le aziende zombie, ossia quelle imprese che restano in vita pur senza generare abbastanza profitti per coprire i propri debiti e i costi di gestione. L’autorità di regolamentazione del mercato cinese ha avviato un programma pilota in sette centri economici del Paese per agevolare la chiusura forzata delle imprese non redditizie e spesso sostenute da sussidi governativi o prestiti bancari.
Chiara l’intenzione di Pechino: da un lato contrastare il protezionismo locale, dall’altro lottare contro la concorrenza (sempre più spietata) di bassa qualità, per la quale i funzionari hanno coniato un termine ad hoc, neijuan, traducibile come involuzione. Gli ideologi del Partito Comunista Cinese definiscono l’involuzione come una “concorrenza malsana in cui gli attori economici, per conservare la propria posizione o contendersi un mercato limitato, investono incessantemente importanti risorse ed energie senza generare un aumento degli utili”.
Il problema diventa insostenibile nel momento in cui la concorrenza sfrenata trascina verso il basso le capacità di produzione di uno o più settori, abbatte i prezzi in maniera sconsiderata e provoca perdite per tutti. Ebbene, grazie a una modifica alla legge cinese sulle società, l’Amministrazione statale per la regolamentazione del mercato e i dipartimenti competenti possono ora presentare istanza ai tribunali per la liquidazione coatta delle entità inattive.

Caccia agli zombie
Il programma pilota si concentrerà inizialmente a Pechino e nelle province di Hebei, Jiangsu, Zhejiang, Henan, Sichuan e Guangdong. Cosa succederà in pratica? Semplice: verranno eliminate le piccole imprese private inattive nelle suddette aree. Un aspetto cruciale, difficile da risolvere, è che le aziende zombie più grandi sono, la maggior parte delle volte, legate allo Stato e sostenute da governi locali e banche.
Non solo: come ha spiegato il South China Morning Post, l’eccessiva concorrenza ha fatto crollare i prezzi anche in assenza di aumenti di produttività, e la conseguente involuzione ha portato a una quota crescente di aziende zombie in tutto il Paese (in particolare nei settori sostenuti dalle politiche industriali e dai finanziamenti statali).
I numeri sono abbastanza preoccupanti. Secondo quanto riportato dal think tank europeo Bruegel, nel 2024 le società “zombie” rappresentavano oltre il 12% delle aziende quotate in Cina, calcolatrice alla mano quasi il doppio della media globale e circa il doppio rispetto al 2018. Nel settore delle energie rinnovabili, fortemente promosso dal governo, quasi un’azienda su tre risulterebbe un’impresa “zombie”.
Lo scorso dicembre, la Federal Reserve Bank di Dallas ha invece quantificato le aziende “zombie” nel settore manifatturiero cinese in un non trascurabile 11%.

Pechino vuole un mercato più efficiente
Pechino spinge da tempo per costruire un mercato nazionale unificato e allocare meglio le risorse, ma la lotta contro l’involuzione rimane ancora una strada in salita. Già nel 2024 l’Ufficio nazionale di controllo del Paese, dopo aver riscontrato un uso improprio dei fondi in fase di verifica della spesa pubblica, aveva chiesto riforme fiscali e tributarie, una migliore gestione del debito e la fine dell’erogazione di credito alle aziende zombie.
Molte di queste società, per lo più nelle province meno ricche, vengono tuttavia tenute in vita da funzionari locali e proprietari che cercano di evitare licenziamenti di massa in un mercato del lavoro già messo a dura prova dalle pressioni deflazionistiche e dalle incertezze esterne.
A proposito: a marzo, in Cina il tasso di disoccupazione è salito al 5,4%, con oltre un sesto dei giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni – esclusi gli studenti – senza lavoro.
I settori finiti sotto i riflettori coincidono con quelli che hanno fatto breccia nei mercati occidentali sul fronte green – auto elettriche, pannelli solari e batterie al litio – ma sono stati attenzionati anche i dossier relativi all’intelligenza artificiale e alla robotica.

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