L’orizzonte geopolitico dell’Italia non è mai stato sterminato e ricco di opportunità come oggi, 2021. Quest’anno, pur essendo ancora agli esordi, ha confermato al pubblico nostrano che Roma non è solo Urbi ma anche Orbi, ovverosia che la condizione euromediterranea, lungi dal rappresentare una realtà perenne e costrittiva, può essere aggirata e superata trovando altrove lo spazio vitale necessario alla prosperità del Bel Paese.

Questo spazio, che è stato storicamente il Mediterraneo, è stato trovato nelle terre che giacciono al di là dell’Europa e del Medio Oriente, più precisamente nel Caucaso meridionale e in Asia centrale. L’Italia, invero, sta espandendosi silenziosamente nella culla di Tamerlano, l’Uzbekistan, e nel cuore del mondo turcico, il Kazakistan, mentre ha trovato nell’Azerbaigian un mercato dal valore impensabile e inestimabile.

L’Italia, partner numero uno dell’Azerbaigian

Non v’è modo migliore di comprendere quanto sia rilevante l’Azerbaigian per l’economia italiana che dare uno sguardo ai numeri dell’interscambio commerciale e del volume di investimenti: Roma è il primo partner commerciale di Baku (ininterrottamente) dal lontano 2009, le nostre importazioni sono quasi raddoppiate dal 2016 al 2019 – da 2 miliardi e 900 milioni di euro a circa 5 miliardi –, e nell’ultimo quindicennio le imprese nostrane hanno strappato accordi e appalti per l’esorbitante cifra di sette miliardi di euro.

L’ultima (grande) commessa in ordine di tempo è stata vinta lo scorso mese da Maire Tecnimont, eccellenza italiana nel settore della trasformazione delle risorse naturali, che ha siglato due contratti dal valore di centosessanta milioni di dollari con la Heydar Aliyev Oil Refinery, una controllata della compagnia petrolifera statale Socar. L’azienda ha vinto l’onere–onore di ricostruire e ammodernare l’unico complesso per la raffinazione del petrolio del Caucaso meridionale, la Heydar Aliyev Oil Refinery; una missione sensibile e di prim’ordine che inciderà in maniera significativa sull’economia locale e, soprattutto, sulle relazioni bilaterali tra Italia e Azerbaigian.

Investimenti a parte, l’Azerbaigian è la prima fonte di approvvigionamento di petrolio dell’Italia dal 2013 – un traffico dal valore stimato di circa cinque miliardi e cinquecento milioni di euro negli ultimi dieci anni – e, grazie alla recente entrata in funzione del Gasdotto Transadriatico (TAP, Trans-Adriatic Pipeline), assumerà inevitabilmente un ruolo crescente anche nel settore del gas naturale.

Non solo energia

Azerbaigian e Italia sono due economie perfettamente complementari che negli anni recenti hanno sviluppato un legame quasi-simbiotico, riflettente l’esigenza di diversificazione del primo e la ricerca di nuovi spazi di prosperità della seconda. La loro relazione non è limitata e circoscritta all’esportazione di prodotti energetici verso Roma, ma, al contrario, è estesa e radicata in ogni settore: dalla viticultura alle infrastrutture e dall’istruzione all’edilizia, per un totale di oltre 110 imprese nostrane operanti nel territorio azero in una varietà di mercati.

L’evento spartiacque è stato rappresentato dallo storico approdo a Baku di Sergio Mattarella nel luglio 2018 – primo presidente italiano a visitare la nazione caucasica –, che ha gettato le basi per il potenziamento del Business Forum Italia–Azerbaigian e, soprattutto, per il successivo arrivo a Roma di Ilham Aliyev (febbraio 2020), durante il quale sono stati firmati accordi di cooperazione in una vasta gamma di settori, incluso lo spazio, ed è stata siglata la “Dichiarazione congiunta sul rafforzamento del partenariato strategico multidimensionale”.

Il sodalizio non nasce ieri

È in errore chi sostiene e veicola l’idea che il partenariato fra Italia e Azerbaigian sia dettato esclusivamente da ragioni energetiche, e quindi contingenti e destinate a venire meno nel medio e lungo termine. Fra i due Paesi, infatti, esiste un forte gemellaggio culturale sin dai tempi dell’Unione Sovietica, che furono l’epoca d’oro della diplomazia culturale nostrana.

Fu nel periodo sovietico che Roma e Baku si sarebbero reincontrate, dopo decadi di allontanamento forzato, stabilendo un legame resistente all’erosione del tempo e basato su un forte sentimento di fascinazione della seconda verso la prima, scaturito da collaborazioni artistiche, culturali, letterarie e, ultimo ma non meno importante, dall’insospettabile ruolo giocato dai programmi televisivi, dai film e dalla musica italiani.

In sintesi, pur essendo fuor di dubbio che l’idillio emerso fra Italia e Azerbaigian nell’ultimo decennio sia imputabile ad una convergenza di interessi geopolitici, è altrettanto innegabile la vetustà delle sue origini. Perché se è vero che Roma ha scoperto l’oro nero azero dopo la caduta dell’impero sovietico, urge rammentare che dal Teatro alla Scala di Milano sono passati i più grandi musicisti azeri del Novecento – come Bulbul e Muslim Magomaev, il “Sinatra sovietico” – e che Napoli e Baku sono città sorelle dal lontano 1972.