“La ragione per cui abbiamo il successo del vaccino è grazie al capitalismo, grazie all’avidità, amici miei”: Boris Johnson è stato duramente criticato nel Regno Unito per questa frase che avrebbe pronunciato di fronte al Comitato 1922, il congresso che riunisce i parlamentari del Partito Conservatore. Un’uscita che secondo quanto ha riferito alla Bbc il sottosegretario per il Galles, David Davies, che partecipava alla videoconferenza del premier, avrebbe ricordato scherzosamente la celebre riflessione di Gordon Gekkoprotagonista del film “Wall Street”, per il quale “l’avidità è un bene”. Una boutade per cui il premier si è poi scusato.

L’approccio pragmatico di Johnson

L’uscita appare quantomeno controversa rispetto al tradizionale approccio di BoJo, che nei suoi anni di governo è sembrato più attento, rispetto ai predecessori David Cameron e Theresa May, a imbrigliare gli animal spirits del capitalismo britannico entro un’agenda politica che non fosse mirata unicamente al profitto fine a sé stesso. Da cui è nata una serie di proposte politiche e manovre finanziarie, dalla nazionalizzazione di alcune reti ferroviarie al recente pacchetto di rilancio economico contente misure per la transizione ecologica e addirittura la proposta di un futuro aumento delle tasse sugli utili delle multinazionali, dal sentore keynesiano. Ciononostante, in un certo senso Johnson non ha avuto torto. E, anzi, il fatto che una frase decontestualizzata e ambigua possa contenere elementi di verità la dice lunga sulla sfida della campagna vaccinale britannica.

La corsa ai vaccini ha dimostrato, ora più che mai, che c’è differenza tra capitalismo liberismo. E che le potenze andate più avanti nella corsa all’immunizzazione contro il Covid-19 hanno capito i risvolti “politici” del mondo capitalista contemporaneo. Un contesto in cui per il raggiungimento di obiettivi strategici o sociali le forze del settore pubblico e quello del sistema privato sono chiamate a cooperare, a sommare le forze. Da maggio 2020, quando Londra pompò 84 milioni di sterline per avviare il programma, a inizio 2021, quando è stata annunciata la svolta sui vaccini anti-Covid del maxi-stabilimento di Wrexham, in Galles, capace di produrre 100 milioni di dosi l’anno, l’impegno convergente tra mano pubblica e mano privata ha prodotto risultati notevoli.

La doppia strategia sui vaccini

Sir Patrick Vallance, lo Chief Scientific Adviser del governo britannico, ha consigliato BoJo di mettere in piedi una task force per il finanziamento dei vaccini in grado di decapitare gli oneri burocratici richiesti e permettere al governo di finanziare i progetti con un processo di venture capital sulle iniziative più promettenti. In cui i brevetti  prodotti con fondi pubblici sono stati messi a disposizione delle aziende impegnate nella ricerca.

Kate Bingham, che ha guidato a lungo la task force vaccinale del governo, ha dichiarato a Repubblica che il doppio binario seguito ha permesso di ottenere risultati convergenti: da un lato, una forte innovazione tecnologica (come la possibilità di produrre nanoparticelle lipidiche e bulk vaccinali nel Regno sia sul fronte degli adenovirus che per gli antidoti a mRna) e un ritorno in patria di parte della manifattura biomedicale; dall’altro, accordi precisi con le multinazionali, dalla “padrona di casa” AstraZeneca a Pfizer-Biontech, Moderna, Johnson&Johnson.

Già in estate, fa notare TgCom24, “il governo di Londra aveva prenotato 447 milioni di dosi di vaccini rivelatisi tali (Oxford-AstraZeneca, Pfizer, Moderna, Novavax) per una spesa di 13 miliardi di euro. Con AstraZeneca i britannici hanno raggiunto un accordo a maggio mentre l’Unione europea lo ha fatto ad agosto”.

Il braccio di ferro tra capitalismo politico e liberismo

Il capitalismo politico batte il liberismo, che invece l’Unione Europea ha insipientemente incentivato firmando accordi con le case farmaceutiche troppo legati ai principi dell’autoregolazione dei mercati. Finendo per subire, dopo il danno, la beffa: a gennaio le case farmaceutiche che, come Pfizer, intendono realizzare un margine dai vaccini di fronte alle scelte “sovraniste” di Regno Unito e Usa e ai programmi consolidati di Paesi come Israele hanno tagliato le forniture all’Unione Europea proprio in nome della legge di mercato, dato che i prezzi spuntati dall’Ue con esse imponevano loro un margine inferiore.

Come abbiamo recentemente avuto modo di commentare, unire logica del profitto e campagna vaccinale rischia di essere un boomerang in questa fase: ma, per quanto cinica e forse non voluta, la battuta di BoJo ha colto anche il ruolo giocato dalla “avidità” dei produttori, ma sarebbe meglio dire dalla sete di robusti dividendi da parte dei loro finanziatori, nell’indirizzare la distribuzione dei vaccini.

Nessuna campagna vaccinale, tuttavia, avrebbe potuto aver successo senza il potenziale dello Stato britannico: dalla mobilitazione industriale all’impiego dell’esercito e del personale civile nel processo logistico, passando per lo sforzo sovrumano del Servizio sanitario nazionale (Nhs) la fibra statale del Regno si è dimostrata solida e resistente. E ha rappresentato il vero e proprio game-changer della partita: il sistema-Paese ha lavorato con l’obiettivo di accelerare al massimo la campagna di immunizzazione, guidata dal direttore del Nhs Simon Stevens e in cui sono stati mobilitati fin dal principio i medici di base.

Le 27 immunizzazioni al secondo del 20 marzo, giornata in cui il Paese ha inoculato complessivamente 844.285 dosi, testimoniano la velocità assunta dall’azione britannica. Un’azione che, con pragmatismo e non senza una dose di cinismo, ha colto la natura competitiva della corsa ai vaccini volgendola a suo favore. E ricordando la precedenza dell’interesse nazionale sul capitalismo, secondo un processo che vede lo sviluppo del secondo funzionale alla realizzazione del primo.

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