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Il Donald Trump d’Oriente è giunto nella regione asiatica e pacifica con il chiaro intento di preparare il decisivo vertice di giovedì con Xi Jinping con accordi e dialoghi in grado di puntellare la sicurezza economica e strategica degli Stati Uniti sul piano degli approvvigionamenti critici per l’industria e i settori dominanti dell’economia.

In un clima di maggior dialogo con la Cina, la competizione resta il focus principale di Washington e Pechino, e così come la Repubblica Popolare da tempo lavora per sanare le dipendenze che la vincolano al rivale di oltre Pacifico (ad esempio sui chip avanzati e le tecnologie Ia), anche la Casa Bianca intende muoversi su un sentiero di questo tipo. Il nodo da sciogliere è quello della dipendenza dai metalli critici e dalle terre rare il cui export è stato “militarizzato” dalla Cina in risposta alla guerra tariffaria statunitense.

Gli accordi di Trump sulle due sponde del Pacifico

Il controllo della filiera dei materiali decisivi per l’industria tecnologica e della Difesa da parte della Cina è stato da Trump affrontato in Asia con una serie di accordi commerciali a tutto campo. Anticipati la scorsa settimana dal deal con l’Australia formalizzato dal premier Anthony Albanese alla Casa Bianca. Washington e Canberra hanno annunciato piani di investimento da 1 miliardo di dollari ciascuno nel quadro del settore minerario australiano. Come segnalato dal New York Times:

Albanese ha annunciato impegni finanziari in due progetti sulle coste australiane. Uno è una miniera di terre rare nel Territorio del Nord che, secondo il suo ufficio, contribuirà fino al 5% della fornitura globale. L’altro è un investimento in un progetto per la produzione di gallio nell’Australia Occidentale, che dovrebbe produrre un decimo della fornitura mondiale di questo metallo, utilizzato in semiconduttori specializzati necessari per la trasmissione di dati lungo le linee in fibra ottica.

Una mossa strategica che ha aperto la strada a due accordi conclusi con Thailandia e Cambogia in Malesia a margine del trattato per il cessate il fuoco tra Bangkok e Phnom Pen, che hanno strappato dazi inferiori dagli Usa in cambio di concessioni minerarie. Analogo l’accordo con Kuala Lumpur, che ha barattato un dazio al 19% sulle sue merci in cambio della rimozione di qualsiasi controllo all’export di terre rare, di cui possiede ingenti risorse messe nel mirino anche dalla Cina.

Il patto Usa-Giappone sulle filiere

Infine, Trump ha incontrato a Tokyo la neo-premier giapponese Sanae Takaichi, aprendo la strada a un quinto accordo sul tema degli approvvigionamenti critici. “Takaichi aveva aperto la strada a un vertice senza intoppi con Trump, annunciando nel suo primo discorso al Parlamento da primo ministro che avrebbe anticipato di almeno un anno la tempistica del Giappone per aumentare la spesa per la difesa al 2% del Pil, una mossa accolta con favore dagli Stati Uniti”, nota il Financial Times. Questo ha promosso una crescente sinergia bilaterale tra la neo-premier e il presidente Usa.

Il Giappone è già presente nel cuore della strategia di economia per la sicurezza nazionale degli Usa col ruolo radicato di SoftBank, il fondo del magnate Masayoshi Son, in progetti come Stargate sull’Ia e nel capitale di Intel. Ora l’accordo tra governi alza l’asticella della partnership.

Nel quadro dell’impegno a cercare un modus vivendi con la Cina, gli Usa non lesinano le risorse per aumentare la velocità del disaccoppiamento. Questi accordi dureranno, e daranno leve negoziali agli Usa verso Pechino se riusciranno a produrre i frutti sperati. Un decoupling non si fa dall’oggi al domani. Ma gli Usa stanno cercando di accelerarlo a tappe forzate.

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