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Arricchirsi non è più glorioso. Perché Xi ha messo nel mirino i milionari cinesi

Pechino lancia una stretta fiscale sui grandi patrimoni per sostenere le casse pubbliche e rilanciare la "prosperità comune" di Xi Jinping.

“Arricchirsi è glorioso”: vi ricordate la celebre massima attribuita a Deng Xiaoping? Non c’è alcuna certezza che l’ex presidente cinese abbia mai detto qualcosa genere, ma nel gergo popolare questo slogan ha a lungo rappresentato il manifesto politico-economico del Piccolo Timoniere e pure il nuovo corso intrapreso da Pechino a partire dal 1978.

A distanza di quasi 50 anni, nella Cina di Xi Jinping, arricchirsi è ancora glorioso ma con riserva. L’attuale leader vuole che i paperoni che hanno più beneficiato dell’ascesa economica del Paese inizino a sostenere la prosperità comune e le casse dello Stato. In che modo? Aumentando il loro contributo economico in maniera più o meno volontaria.

Per far sì che la manovra vada a buon fine il governo cinese avvierà quella che il Financial Times ha già definito “la più ambiziosa caccia alle tasse a livello globale della storia”. Il lavoro sarà complesso visto che all’ombra della Città Proibita si contano oltre 1.000 miliardari e 5 milioni di milionari. Nel mirino del Dragone ci sono soprattutto i ricconi che hanno deciso di trasferire i propri beni all’estero. Dal 22 ottobre le autorità cinesi inizieranno a riscuotere una tassa del 20% sui dividendi e sugli interessi maturati dai trust offshore.

La mossa della Cina

Gli analisti di Barclays hanno pochi dubbi: queste misure potrebbero essere i primi passi per una campagna molto più ampia volta a estendere il controllo governativo di Pechino sui redditi esteri dei cittadini e delle imprese cinesi dislocate oltre confine.

Ma perché, al netto di ipotesi e indiscrezioni, Xi ha deciso di avviare una simile stretta proprio adesso? Due sono le ragioni principali. La prima è che alcune amministrazioni locali cinesi hanno le casse vuote o non sufficientemente piene. La seconda, e forse più importante motivazione, è che la Cina si trova ad affrontare un delicato e sostanzioso passaggio generazionale di ricchezze.

Gli imprenditori che hanno costruito le loro fortune nei primi decenni delle riforme sono prossimi alla pensione. Questo ha quindi sollevato interrogativi ai piani alti del governo su come verranno tramandati i beni, chi prenderà il controllo degli imperi familiari e, soprattutto, chi pagherà le tasse.

La campagna dovrebbe aiutare il gigante asiatico a colmare il deficit di bilancio del governo centrale. Bisogna ricordare che le entrate riscosse dai governi locali dalla vendita di terreni si sono ormai stabilizzate o diminuite e che, negli ultimi anni, Pechino ha dirottato maggiori fondi verso le province per coprire i servizi essenziali come l’istruzione e la sanità, e talvolta pure per pagare i dipendenti pubblici. Insomma, il Dragone ha bisogno di una nuova fonte di entrate per aggiustare i conti.

La nuova realtà dei ricchi cinesi

C’è chi prova a giustificare la mossa del governo di Xi facendo notare come in Cina l’internazionalizzazione della ricchezza sia avvenuta molto più rapidamente rispetto all’evoluzione del sistema fiscale nazionale, e che adesso il Partito Comunista Cinese sia impegnato a colmare il divario.

Ma c’è anche chi collega la stretta sui ricconi all’agenda di Xi Jinping, un presidente che non ha mai fatto mistero di voler ridistribuire la ricchezza all’interno del Paese, affrontare la disuguaglianza e creare una società più egualitaria.

Da questo punto di vista, dunque, la ridistribuzione e la tassazione non rappresentano altro che mezzi per raggiungere la “prosperità comune”, ovvero “un requisito essenziale del socialismo con caratteristiche cinesi“, come si legge nel quarto dei suoi cinque volumi di discorsi e saggi.

Le possibili conseguenze della stretta fiscale cinese hanno intanto già suscitato preoccupazione a Hong Kong e Singapore, due dei principali centri in cui si concentra la ricchezza offshore dei paperoni cinesi. Paperoni chiamati adesso a conformarsi alle nuove esigenze finanziarie del loro Paese di origine. Con le buone o con le cattive.

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