Javier Milei ha ottenuto una vittoria politica al Parlamento argentino quando l’11 settembre scorso è fallito il tentativo dell’opposizione di ribaltare il veto presidenziale su una legge che rivalutava dell’8,1% le pensioni minime per permetter loro di adeguarsi all’alta inflazione nel Paese. Con 157 voti a favore e 87 contrari, il voto non ha raggiunto la maggioranza di due terzi necessaria a superare il veto del presidente, la cui agenda radicalmente liberista in economia e orientata alla graduale deregolamentazione e alla riduzione del ruolo dello Stato passa anche per il contenimento della spesa previdenziale.
La vittoria sulle pensioni
Milei, eletto nel dicembre 2023, ha messo la lotta all’inflazione e il contenimento della spesa pubblica al primo posto dell’agenda. La sua politica di contenimento del deficit, il tentativo di ridurre il perimetro dello Stato vendendo una parte delle imprese pubbliche e le dure misure anti-inflazione hanno spesso diviso la presidenza e il suo governo di destra con l’opposizione di sinistra, che ha denunciato più volte l’impatto delle misure anti-inflazione sulla povertà e sulla garanzia di servizi pubblici come l’università e le pensioni.
“Il taglio alla spesa pubblica operato da Milei”, ha ricordato El Pais “è sostenuto per il 30% nell’adeguamento delle pensioni, come diagnosticato dal Congressional Budget Office. Sebbene il presidente avesse deciso con decreto di fine marzo di aumentare le pensioni in seguito all’evoluzione dell’inflazione, aveva escluso il pieno risarcimento della perdita subita dagli stipendi durante i primi mesi della sua amministrazione”, che questo aumento dell’8,1% votato dalle forze di sinistra mirava a sanare. Dalla Casa Rosada è arrivata una netta opposizione, in nome del prosieguo dell’agenda liberista.
Le politiche hanno prodotto risultati controversi. Da un lato, dal 25,5% di dicembre l’inflazione su base mensile al 4,2% ad agosto, anche se a livello annuo resta a un considerevole 236,7%. Dall’altro, l’Università Cattolica dell’Argentina ha nei mesi scorsi constatato che per effetto delle politiche di contenimento della spesa in un anno dal 45% il numero di argentini che vive sotto la soglia di povertà sia salito sopra il 57% della popolazione, pari a 27 milioni di persone. Milei sostiene che si debbano contenere le uscite dello Stato per preparare il terreno a una futura ripresa del Paese trainata da una rinnovata iniziativa privata, e sul campo della disciplina fiscale ha costruito il consenso necessario per bloccare il voto in Parlamento.
Milei prova la mediazione grazie al capo di gabinetto
Come ricorda il Clarin, infatti, Milei ha sommato al voto del suo partito, La Libertà Avanza, diversi consensi da parte di partiti come l’Unione Civica Radicale centrista e il Frente Pro di centro-destra riscontrando un crescente consenso nel campo liberale e conservatore per un approccio più dialogante. Potenzialmente in grado di creare l’embrione di una coalizione governativa destinata a durare nel tempo.
A guidare il progetto il 74enne Guillermo Francos, politico e grand commis di lungo corso nei palazzi di Buenos Aires, nominato a giugno capo di gabinetto del governo argentino. Francos è il regista dei rapporti tra la presidenza e i partiti che mira a prendere le misure al peso della sinistra kirchnerista prima forza in entrambe le camere del Parlamento argentino. E l’uomo che sta spingendo Milei a fare concessioni: a luglio Francos ha guidato un ampio negoziato per far approvare dal Senato una legge che istituzionalizzava la messa nero su bianco della politica “zero deficit” e le privatizzazioni, in cambio della concessione del mantenimento delle aliquote massimali sui redditi più elevati che Milei voleva abrogare. Ora è riuscito a portare all’incasso il superamento del veto sulle pensioni. Il consenso necessario per un’agenda controversa come quella di Milei è difficile da creare. Ma appare palese che l’epoca del solipsismo del vulcanico capo di Stato di Buenos Aires si sia sostanzialmente esaurita alla prova delle fatiche che il governo impone.

