Argentina, Javier Milei dichiara guerra totale ai sindacati

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

In un’Argentina stremata da decenni di inflazione, indebitamento e paralisi istituzionale, il presidente Javier Milei ha trovato una nuova trincea da assaltare: il diritto di sciopero. Con un decreto presidenziale firmato il 20 maggio, il leader libertario ha ampliato la lista dei cosiddetti “servizi essenziali”, limitando drasticamente la possibilità di astensione dal lavoro in settori vitali come istruzione, trasporti, telecomunicazioni, logistica, fisco e perfino amministrazione pubblica. Una mossa che, sotto la retorica dell’efficienza statale, nasconde in realtà un obiettivo più profondo: smantellare il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali e riplasmare il paese secondo la dottrina shock.

La dottrina dello scontro permanente

Per Milei, i sindacati sono il cuore pulsante della resistenza sociale al suo progetto di riduzione brutale della spesa pubblica. Non a caso, in meno di due anni, il Paese ha conosciuto tre scioperi generali. Dunque il decreto non è solo un provvedimento amministrativo, ma un atto di guerra ideologica. Imporre un “servizio minimo obbligatorio” fino al 75% durante le proteste non significa garantire l’efficienza dello Stato, ma svuotare il conflitto sociale della sua efficacia. Così facendo, Milei tenta di neutralizzare in radice ogni forma di dissenso organizzato.

A differenza del “mega-decreto” del dicembre 2023, impugnato dalla Corte Suprema, questa volta Milei ha usato strumenti giuridici esistenti — in particolare la legge Banelco del 2004 — per colpire senza dare nell’occhio. Nessuna rottura formale, ma una reinterpretazione strategica della norma che consente di fare a pezzi lo statuto sociale del lavoro restando dentro la legalità. È il volto più insidioso del neoautoritarismo: agire sotto traccia, presentando ogni atto come misura necessaria e ragionevole.

Il sindacalismo nel mirino della geopolitica liberista

Nel disegno di Milei, la limitazione del diritto di sciopero non è solo un’arma interna. È anche un segnale esterno: all’FMI, agli investitori, ai mercati. L’Argentina, dice Milei, è pronta a rinunciare al suo passato corporativo per diventare una macchina capitalista funzionale. In questo contesto, la lotta contro il sindacalismo non è altro che una fase della guerra economica globale, dove la sovranità sociale viene sacrificata sull’altare della solvibilità finanziaria.

Diritto o privilegio? La nuova narrazione del potere

I sostenitori del presidente lo dicono apertamente: il diritto di sciopero non può trasformarsi in diritto al ricatto. Una narrazione semplice, binaria, che contrappone “popolo produttivo” e “burocrazia parassitaria”. Ma questa retorica, apparentemente efficace, ignora la realtà argentina: un tessuto sociale spezzato, una classe media impoverita e una popolazione che sopravvive a inflazione a tre cifre. In questo contesto, lo sciopero è spesso l’unica voce rimasta a chi non ha accesso al potere.

Il presidente libertario, che si era presentato come distruttore dello Stato, sta rapidamente assumendo i tratti di un Leviatano selettivo: demolire dove serve, centralizzare dove conviene. La promessa di “distruggere la casta” si sta trasformando in una forma di controllo verticistico delle istituzioni, che punta a disarticolare ogni opposizione sistemica. L’esito possibile? Un paese formalmente libero, ma sostanzialmente privo di contropoteri.