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Al termine di una visita durata una settimana, il 19 febbraio il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha confermato che il debito argentino non è sostenibile e ha avvertito quindi i creditori privati che dovranno prepararsi ad affrontare delle perdite. “Si richiede un’operazione definitiva sul debito con un contributo significativo dei creditori privati,” ha scritto l’organizzazione economica nel comunicato ufficiale con i risultati della missione.

L’Argentina sta infatti cercando di ristrutturare il proprio debito per evitare un default, il nono nella storia della nazione, a causa della violenta recessione e dell’alta inflazione che attanaglia la sua economia.

In particolare, l’Fmi ritiene che ottenere un saldo primario necessario a ridurre sia il debito pubblico – che è arrivato a quasi il 90% del PIL alla fine del 2019 – che a promuovere la crescita economica “non sia né economicamente né politicamente fattibile.” L’ente stima infatti che l’economia nazionale sia destinata a diminuire di un ulteriore 1,3% nel 2020, terzo anno di recessione consecutivo. Dallo scorso luglio, quando l’Fmi giudicò la posizione dell’Argentina come “sostenibile, ma senza grandi probabilità”, il paese ha perso più di un terzo delle sue riserve in valuta estera.

All’apertura dei mercati, il prezzo dei buoni argentini emessi al 2021 è caduto di ulteriori 1,2 centesimi, per un valore totale di 0,52 dollari, il suo valore più basso nelle ultime tre settimane secondo BloombergPer il sito di informazione finanziaria, la comunicazione dell’Fmi è di fatto di un segnale di approvazione del piano del governo di Alberto Fernández, che intende rinegoziare il proprio passivo con i creditori, tra cui un debito di 44 miliardi contratto proprio con l’Fmi.

La rinegoziazione del debito sarebbe poi fondamentale per garantire stabilità alle riforme economiche approvate dal Senato lo scorso dicembre, tra cui un aumento delle tasse per alcuni settori della classe media ed alta, incentivi fiscali per stimolare il sistema produttivo, riduzioni d’imposta per i più poveri e una tassa del 30 per cento sugli acquisti di valuta straniera.

E difatti il presidente non ha tardato a manifestare la propria approvazione: “se tutte le parti dimostrano la volontà di accordarsi, noi faremo fede ai nostri impegni e torneremo a mettere in piedi l’Argentina,” ha twittato subito dopo che il giudizio è stato reso pubblico.

Secondo quanto riporta Reuters, il ministro dell’economia Martín Guzmán crede che il paese abbia bisogno di rinegoziare circa 100 miliardi di dollari di debito.

Le conseguenze per i creditori

“Stanno semplicemente riconoscendo un’ovvietà: è stato il prestito dell’Fmi ad aver reso il debito argentino insostenibile,” ha dichiarato a Bloomberg Hans Humes, Amministratore delegato del fondo di investimento Greylock Capital, uno dei maggiori creditori del paese. Al quotidiano argentino El Clarin, Humes si è poi detto disposto a collaborare, anche se nelle dichiarazioni dell’Fmi avrebbe gradito vedere dati più precisi. “Se ci sarà un processo di collaborazione, basato su un solido piano economico che promuova la crescita e la riduzione della povertà, sono certo che troveremo una soluzione che funzioni,” ha dichiarato.

Ora sta quindi al governo argentino avanzare una proposta ai propri creditori privati. Fernández si aspetta di chiudere i negoziati entro la fine di marzo, anche se vari analisti giudicano questa scadenza come troppo ambiziosa.

Per Jorge Piedrahita, amministratore delegato di Gear Capital Partners, quello che viene lasciato intendere dal comunicato è che “il taglio sarà di più del 50%, visto anche che i prezzi nei mercati secondari stanno già assumendo questa diminuzione.”

I critici, come il quotidiano La Izquierda Diario, temono però che il messaggio sottinteso sia che l’Fmi si aspetti che il governo ripaghi per intero il prestito da lui concesso. La prossima scadenza per le negoziazioni sarà il 22 febbraio, quando la direttrice operativa Kristalina Georgieva incontrerà il Ministro argentino dell’economia, Martín Guzmán, al G20 dei Ministri dell’Economia in Arabia Saudita.