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La crisi economica in Argentina non mostra segni di miglioramento e continua a provocare un diffuso malcontento sociale in tutto il Paese. Migliaia di cittadini sono scesi in piazza a Buenos Aires e hanno protestato di fronte al Congresso Nazionale chiedendo l’adozione di misure concrete contro la crisi. Un piano alimentare di emergenza, che garantirà una maggiore copertura di cibo ai più bisognosi, è attualmente in via di approvazione da parte dell’Assemblea legislativa.

Secondo i dati delle Nazioni Unite, riferiti al 2018, l’Argentina è uno dei Paesi latinoamericani dove i livelli di fame sono aumentati maggiormente. I dati strutturali continuano ad essere preoccupanti: l’inflazione si aggira intorno al 54 per cento, il tasso di disoccupazione è di circa il 10 per cento mentre l’economia si è contratta del 5.4 per cento nel primo quadrimestre del 2019. Il peso si è svalutato, dall’inizio del 2018, del 70 per cento del suo valore originario nei confronti del dollaro americano ed in risposta al panico generalizzato l’esecutivo è stato costretto ad imporre controlli di capitali per evitare un crollo totale della valuta. L’agenzia di rating Standard and Poor’s considera il Paese in “default tecnico” dopo l’annuncio, di fine agosto, da parte del governo nazionale, di voler ristrutturare il proprio debito. L’Argentina aveva ottenuto, nel 2018 e per cercare di rilanciare la propria credibilità sui mercati, un prestito di ben 57 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale.

In cambio degli aiuti il presidente liberale Mauricio Macri aveva promesso un forte taglio alla spesa pubblica. Il prestito non è servito a migliorare le prospettive ma anzi ha generato una situazione paradossale: l’esecutivo non è nella posizione di poter tagliare i sussidi, pena una probabile rivolta sociale visto il tasso di povertà del 30% e al tempo stesso continua a perdere credibilità sui mercati.

Consultazioni imminenti

La grave crisi economica è destinata ad influenzare profondamente le consultazioni presidenziali previste per il 27 ottobre. Il capo di Stato aveva subito una cocente sconfitta, nelle primarie nazionali di agosto, da parte del peronista Alberto Fernandez suo principale sfidante e considerato ormai da molti osservatori come il probabile vincitore delle elezioni. Il peronista aveva ottenuto il 47 per cento dei voti mentre Macri appena il 32 per cento.

La popolarità di Macri è ulteriormente erosa dall’impatto che l’inflazione sta avendo sui medicinali e sui beni alimentari e dal fatto che le sue promesse elettorali, come quella di riaprire l’economia argentina dopo anni di dirigismo peronista, non state realizzate. La candidata vicepresidente, nel ticket di Alberto Fernandez, è Cristina Fernandez Kirchner, già al potere come capo di Stato dal 2007 al 2015 e vicina ai movimenti progressisti latinoamericani. Durante i suoi mandati presidenziali il Paese era andato incontro a deficit, alti tassi di inflazione, nazionalizzazioni e controlli dei prezzi. L’ex capo di Stato era inoltre stata indagata in alcuni casi di corruzione. Il sospetto di alcuni osservatori è che la Kirchner possa agire dietro le quinte ed andare ad influenzare le decisioni di Fernandez, uno spauracchio non meno minaccioso delle mancate promesse di Macri. Il problema che la nuova amministrazione andrà ad affrontare sarà, in ogni caso, quello di ereditare una situazione economica in pesante crisi, con lo spettro di un default incombente e di violente manifestazioni di piazza e tensioni sociali.

Le prospettive

Fernandez ha recentemente chiarito alcuni punti chiave di quelle che saranno le politiche della sua amministrazione. Si parte dal rilancio del Mercosur in un contesto globale multipolare, con la necessità quindi di non legarsi strettamente ad alcuna superpotenza, che sia Russia o Stati Uniti. Con Washington, ha affermato Fernandez, sarà necessario istituire un rapporto maturo che non sia né di scontro né di sudditanza mentre l’approccio da adottare nei confronti del Venezuela non sarà interventista ma equidistante, un cambiamento sostanziale rispetto all’appoggio fornito dall’attuale capo di Stato all’oppositore venezuelano Juan Guaidò. Tra i vari punti programmatici spicca anche l’impegno a onorare i debiti assunti con i creditori ma non a discapito del benessere degli argentini. In questa promessa si celano tutte le incognite che riguardano il prossimo futuro di Buenos Aires. La necessità di non tagliare la spesa pubblica e di supportare le fasce più povere della popolazione, infatti, si accompagna, proprio per generare un benessere durevole e far uscire il Paese dallo stato di crisi, a quella di un ritorno alla stabilità per quanto riguarda il valore dei parametri macroeconomici.

Non esiste una ricetta facile per ottenere questo duplice risultato e Fernandez lo sa bene ed è anche conscio del rischio di ereditare la gestione di un Paese sull’orlo del collasso. Una riconferma di Mauricio Macri è estremamente improbabile viste le cattive acque in cui naviga attualmente l’Argentina e la necessità di recuperare i quindici punti di svantaggio accumulati nei confronti del suo rivale alle primarie nazionali. La transizione politica sembra dunque iniziata ancor prima delle consultazioni ma le prospettive restano nere. Preoccupa, inoltre, la forte instabilità che un possibile crack di Buenos Aires potrà generare sui mercati finanziari mondiali e nel resto dell’America Latina, già alle prese con la grave crisi venezuelana.