Aramco, il colosso petrolifero statale dell’Arabia Saudita, si prepara allo sbarco in borsa e punta sulla trasparenza per ottenere un successo determinante nel primo passaggio verso la quotazione, prevista per il 2021 e destinata a concretizzarsi, molto probabilmente in Estremo Oriente: con una mossa a sorpresa, infatti, la società controllata al 100% dal governo di Riad ha annunciato l’emissione di un bond da 10 miliardi di dollari finalizzato a finanziare l’acquisto da 69 miliardi di un altro colosso di stato del regno saudita, il gruppo della raffinazione Sabic per 69 miliardi, e contestualmente pubblicato i primi numeri ufficiali dopo circa mezzo secolo riguardanti la sua attività operativa.

Che Aramco, con una produzione giornaliera di 10 milioni di barili, fosse un autentico gigante era noto, tanto che il principe Mohammad bin Salman aveva stimato in circa 2.000 miliardi di dollari il suo valore complessivo, ma i dati su ricavi e guadagni lasciano in ogni caso esterrefatti. Nel 2018 Aramco, ha macinato 111 miliardi di utile ( quasi il 50% in più rispetto all’ anno precedente, quando erano stati 76), il doppio di Apple e tanti quanti quelli del colosso di Cupertino, Facebook e Google messi insieme, ma non solo. L’attività del gruppo ha generato ricavi per 356 miliardi, in aumento rispetto ai 263 miliardi del 2017 e 58,2 miliardi di guadagni per le casse del Regno.

In questo contesto, tali numeri rendono di fatto Aramco la più grande società petrolifera al mondo e la seconda per ricavi dopo la statunitense Walmart. In vista della quotazione, la loro pubblicazione era doverosa: ma il cammino resta ancora lungo e tortuoso e, come sottolinea Repubblica, “in molti hanno messo in dubbio che la quotazione di Aramco vedrà mai la luce, perché nei documenti da consegnare agi investitori i sauditi dovrebbero mettere nero su bianco il livello delle riserve petrolifere nel sottosuolo della penisola arabica. Ma anche questo tabù è caduto. Secondo le indicazioni fornite da Fitch, la produzione totale di idrocarburi della compagnia petrolifera nel 2018 è stata in media di 13,6 milioni di barili di petrolio equivalente al giorno, compresa la produzione di gas naturale. Un dato che la pone davanti ai principali produttori globali e regionali come Abu Dhabi National Oil Company, ma anche di Shell, Total e Bp.”.

Aramco è meno produttiva, in quanto a ricavi e guadagni per barile prodotto, rispetto a altre grandi imprese come Eni, Shell e Total. “Aramco, condannata ad essere la macchina da soldi del Governo saudita, finisce col tenersi in cassa appena 26 dollari per ogni barile estratto, contro i 38 $/barile di cash flow operativo di Shell e i 31 di Total. Il resto se ne va in tasse, royalties e dividendi versati allo Stato saudita, che dall’oro nero deriva oltre il 60% delle entrate”, sottolinea Il Sole 24 Ore. “L’essere legata a doppio filo con lo Stato è anche costato ad Aramco un rating peggiore di quello a cui avrebbe potuto aspirare: A1 per Moody’s e A+ per Fitch, che hanno valutato la sua solvibilità in linea con quella di Riad”.

La scarsa integrazione di filiera, che con l’acquisto di Sabic Aramco mira ora a sanare, è una delle cause di questa gestione ingessata: nel grande progetto Saudi Vision 2030 sponsorizzato apertamente da Mbs vi è anche il rafforzamento dell’industria petrolifera oltre il campo dell’estrazione e l’ampliamento delle capacità operative dell’Arabia Saudita anche nei più redditizi settori della raffinazione e della commercializzazione di prodotti finiti. La progressiva riduzione del potere di fuoco saudita sui mercati energetici globali, l’indebolimento dell’Opec e la crescente volatilità nei prezzi delle materie prime rendono necessario un rafforzamento delle capacità sistemiche di Aramco oltre il legame ombelicale con il Trono delle Spade di Riad. I numeri di ricavi e guadagni sono un ammortizzatore di notevole spessore: ma senza una riorganizzazione sistemica essi potrebbero essere destinati a un precoce ridimensionamento ben prima dello sbarco in borsa di Aramco.

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