Donald Trump ha lanciato una frecciatina di recente a Tim Cook, Ceo di Apple, dichiarandosi scettico sull’intento di Cupertino di investire 500 miliardi negli Stati Uniti per rilanciare la produzione interna in campo tecnologico, dopo che l’amministratore delegato dell’azienda fondata da Steve Jobs ha annunciato l’aumento della produzione in India per disaccoppiarsi dalla Cina.
Come ricordato dalla Cnbc, “Apple ha incrementato la produzione in India con l’obiettivo di produrre nel Paese circa il 25% degli iPhone venduti a livello mondiale nei prossimi anni, nel tentativo di ridurre la dipendenza dalla Cina, dove attualmente viene assemblato circa il 90% dei suoi smartphone di punta“.
Per Trump questo confliggerebbe con l’impegno all’investimento-monstre promesso negli States a febbraio da Cook e, soprattutto, interverrebbe in maniera complessa nei negoziati che Washington sta portando avanti con Nuova Delhi dopo aver sospeso nelle scorse settimane i dazi reciproci al 26% imposti il 2 aprile per aprire alla ricerca di un rinnovato accordo commerciale col Governo di Narendra Modi.
Emerge, dunque, il trilemma della nuova strategia commerciale e industriale dell’amministrazione. Trump chiede, al tempo stesso, più indipendenza delle filiere dalla Cina, rivale strategico per eccellenza, più investimenti negli Usa, meno deficit commerciale. Per avere la prima, però, spesso gli Usa si trovano a dover scegliere tra il secondo e il terzo obiettivo, perché una catena del valore fortemente integrata in Estremo Oriente non si può certamente smantellare dall’oggi al domani.
Il nuovo paradigma: sicurezza e prosperità
L’economia di scala delle produzioni asiatiche, il minor costo del lavoro, l’elevata specializzazione delle imprese e della forza lavoro negli Stati prospicenti la Cina indica in pochi Stati, tra cui Vietnam, Malesia e India, le prime alternative. Ed Apple, in nome del rispetto del nuovo paradigma di compenetrazione tra sicurezza nazionale e prosperità, intende distaccarsi dalla Repubblica Popolare, cercando però al contempo di far coesistere la sua attività di ricerca e sviluppo negli Usa, in campi che vanno dall’innovazione di prodotto all’investimento in potenza di calcolo, con la raffinazione di catene del valore robuste in campo manifatturiero.
Per Trump questo significa che Cook sta di fatto dando più potere contrattuale nei negoziati all’India, con cui gli Usa hanno un deficit commerciale che ammonta a 45,6 miliardi di dollari, in una fase critica per la negoziazione per nuovi accordi commerciali dopo il primo concluso col Regno Unito, che dovrebbe inaugurare la nuova stagione post-dazi per Washington.
Già oggi Apple ha un mercato indiano non secondario. “I telefoni cellulari sono ora una delle principali esportazioni indiane, con il Paese che ne ha venduti agli Stati Uniti per un valore di oltre 7 miliardi di dollari nell’anno finanziario 2024-25, in aumento rispetto ai 4,7 miliardi di dollari dell’anno precedente”, nota il Financial Times, aggiungendo che “la maggior parte di questi erano iPhone, che i fornitori di Apple, Foxconn e Tata Electronics, producono in stabilimenti negli Stati del Tamil Nadu e del Karnataka, nell’India meridionale”. La prospettiva di Trump guarda all’ipotesi che la priorità sia data al subcontinente, trascurando gli investimenti negli States, che però ad oggi restano annunciati, mentre la svolta indiana della produzione era in gestazione da tempo. E in un certo senso contribuisce alla grande strategia di Trump, pur contrastando con la sua “annuncite”. Probabilmente presto anche il presidente se ne renderà conto.
Le nuove partite tecnologiche, industriali e commerciali plasmano i rapporti tra potenze e anche le grandi multinazionali diventano, anno dopo anno, soggetti sempre più “geopolitici”. Queste interazioni sono oggetto del nostro studio e del nostro lavoro di approfondimento. Per consentirgli di rafforzarsi, abbonati e schierati fianco a fianco con InsideOver!

