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Anche la Svezia ha la “casta”: ecco i potenti del Paese

Il “modello Svezia” ha la sua casta di potentati. L’accentramento della ricchezza nelle mani dei pochi è una delle cause della manifestazione del populismo. A sostenerlo sono i tanti pensatori che in questi anni hanno cercato di spiegare i perché...

Il “modello Svezia” ha la sua casta di potentati. L’accentramento della ricchezza nelle mani dei pochi è una delle cause della manifestazione del populismo. A sostenerlo sono i tanti pensatori che in questi anni hanno cercato di spiegare i perché dietro l’avanzata sovranista. Uno degli effetti, come ha spiegato Alain de Benoist, è la scomparsa del ceto medio.  che è il vero motore elettorale della Lega di Matteo Salvini e degli altri movimenti euro critici.

Nella terra scandinava, la destra fa ancora fatica, ma il 17% fatto registrare da Sverigedemokraterna dovrebbe far riflettere. Anche da quelle parti la storia potrebbe essersi rimessa in cammino. Il Messaggero, di questi tempi, sta pubblicando una serie d’inchieste sulla condizione economico – sociale sulla nazione svedese. Abbiamo già avuto modo di esporre la lunga serie di scandali in grado di mettere in discussione la perfettibilità di un modello che tutt’è tranne che inattaccabile. Ma adesso vale la pena marcare stretto un dato.

Così come avviene in altre zone di mondo, è una piccola percentuale di popolazione a detenere buona parte della ricchezza complessiva. In Svezia, dovendo essere precisi, si tratta dell’1% del totale, che può vantare la titolarità di possessi finanziari superiori a quelli ascrivibili a un quinto dell’intera cittadinanza. Uno, insomma, vale in termini di accentramento percentuale, più di ventiquattro. Una proporzione che potrà svelare l’origine dei prossimi fenomeni elettorali.

Il quotidiano romano fa un po’ di nomi: si va dalla “dinastia” dei Wallenberg a Stefan Persson, dai Rausing a Fredrik Lundgerg. Sono quelli che la narrativa populista incasellerebbe dentro all’establishment finanziaria. Tutto questo è utile pure per annotare l’organicità di tendenze che si ripetono in tutto il mondo occidentale. Le statistiche dell’Oxfam, del resto, non fanno che registrare l’esistenza di un’enorme disuguaglianza. La domanda che gli analisti si fanno è sempre la stessa: un sistema del genere, all’interno di un consesso democratico, può reggere?

Federico Rampini, che populista non è, sta criticando la sinistra per l’adesione acritica al neoliberismo. Quella dottrina economica, tra le sue distorsioni, presenta questa vocazione all’accorpamento di molto nelle tasche di una minoranza. É in questa dinamica, quella che ha impoverito il ceto medio, che i populisti hanno trovato terreno fertile. Il “modello Svezia”, che è spesso stato decantato alla stregua di un paese di bengodi, presenta lo stesso difetto.

Nessuno dovrà gridare al complotto, insomma, nel caso il partito dei Democratici svedesi dovesse crescere nel tempo. Francis Fukuyama, il filosofo che aveva teorizzato la fine della storia, che doveva coincidere con il cristallizzarsi del modello liberal – democratico, ha dovuto cambiare idea. Pure quei teorici che ci hanno raccontato per anni di come il “modello Svezia” dovesse essere declinato dappertutto, potrebbero presto tornare sui loro passi.





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