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Anche la Cina sa usare le sanzioni: la mannaia di Pechino sulle Big Tech Usa

Nel mirino Intel, Nvidia e Google: la Cina usa la leva delle norme di concorrenza per pressare gli Stati Uniti.
Cina

La Cina reagisce con gradualità all’offensiva sanzionatoria statunitense e, al passaggio dall’amministrazione di Joe Biden a quella di Donald Trump, non cambia il suo passo. Gli Usa alzano il livello dello scontro su determinate tecnologie o prodotti? La Cina risponde in modo mirato, colpendo precisi settori o aziende. Come un ciclista attaccato da un rivale in salita, Pechino reagisce alle accelerazioni dell’avversario recuperando terreno in progressione: l’attaccante dissipa energia, il rispondente le gestisce in vista di future azioni a sorpresa.

Dopo che gli Usa hanno spinto su sanzioni al 10% su molti beni cinesi, la State Administration for Market Regulation, l’antitrust di Pechino, ha annunciato di aver aperto indagini per violazioni delle regole sulla concorrenza da parte di Google e Nvidia, due “gioielli della corona” dell’impero tecnologico a stelle e strisce, riservandosi inoltre ulteriori azioni sul colosso dei chip (in crisi) Intel.

Colpi in arrivo su Intel, Nvidia e Google

“Le indagini antitrust sulle grandi aziende tecnologiche statunitensi potrebbero portare a sanzioni commisurate ai ricavi globali delle aziende stesse o alla perdita di un accesso al mercato in uno dei loro maggiori mercati internazionali”, nota il Financial Times.

Google, che non opera come motore di ricerca in Cina, trae profitto dalla Repubblica Popolare per le inserzioni pubblicitarie delle sue aziende sulle pagine Alphabet; Nvidia genera un quarto del suo fatturato in Cina e ha subito di recente tanto i limiti all’export dell’amministrazione Biden per le schede grafiche da lei progettate quanto una prima indagine concorrenziale a Pechino; Intel, che viene da un 2024 di grande sofferenza, potrebbe essere l’azienda più impattata secondo il Ft, perché “la Cina è il suo più grande mercato”, in cui il gruppo di Santa Clara “ha registrato vendite per 15,5 miliardi di dollari nel paese nel 2024, pari al 29% del suo fatturato globale”.

La sfida del capitalismo politico

La mossa della Cina va di pari passo con la stretta daziaria sulle forniture di metalli strategici prospettata da Pechino verso Washington, che continua a dipendere dal Dragone in diverse filiere strategiche. La Repubblica Popolare ha scelto di non andare in all-in nel braccio di ferro commerciale mostrando di aver molte carte da giocare e scoprendo prima il lawfare, l’uso geopolitico del diritto e delle regole di concorrenza, rispetto all’escalation sanzionatoria. In epoca di “capitalismo politico” e di compressione delle logiche del mercato di fronte a esigenze della sicurezza nazionale non sono solo gli Usa a fare scuola. Anche la Cina sa dove colpire. E questo Trump e i colossi del Big Tech sempre più vicini a lui lo devono tenere a mente.

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