La crisi economica bussa anche davanti ai sacri palazzi. La Città del Vaticano è destinata a risultare tra i Paesi maggiormente colpiti dalla crisi legata alla pandemia di coronavirus, che decurterà duramente le limitate disponibilità economiche della Santa Sede, peraltro soggette all’aleatorietà delle donazioni e degli oboli.

I tecnici economici del Vaticano stimano nel migliore dei casi nel 28% il deficit economico in rapporto alle entrate che la Santa Sede dovrà sobbarcare quest’anno. Uno scenario che difficilmente si riproporrà, tanto che altre stime portano in un secondo caso il deficit al 60-80% se il Vaticano dovesse esser costretto a misure di contenimento dei costi e in un worst case scenario al 175% in caso di fallimento di queste misure. Il Messaggero sottolinea che il Vaticano “a differenza degli altri Stati ha ben poche leve da azionare in caso di recessione economica. Il flusso di risorse (più o meno stabile in questi ultimi anni) si aggira attorno ai 270 milioni mentre la spesa registrata è stata pari, in media, a euro 320 milioni. I tecnici indicano che Il trend negativo continua nonostante gli sforzi di limitare i costi”. Quasi la metà delle spese è legata alla gestione del personale, mentre per il resto concorrono

Papa Francesco ha da tempo messo in campo misure volte a razionalizzare le spese, evitando gli sprechi inutili nel bilancio della Santa Sede, e il Vaticano ha potuto finora tenere botta grazie al sostegno dell’Obolo di San Pietro, fondo costruito attraverso una somma di donazioni private che in parte finanziano opere caritatevoli e per il resto sono investite o contribuiscono a finanziare il bilancio del Vaticano in casi di emergenza, risultando formalmente esterne ad esso.

Un’altra fonte di preoccupazione è data dal fatto che  i Musei Vaticani, la maggiore entrata del Governatorato, l’ente che amministra lo stato più piccolo del mondo, sono chiusi dal 9 marzo 2020. In una lettera firmata dal presidente e dal segretario del Governatorato, il cardinale Giuseppe Bertello e il vescovo Fernando Vérgez Alzaga, indirizzata a tutti i direttori e ai capi ufficio incaricati di tenere le redini dello Stato vaticano si legge: “è stata sempre ribadita la suprema volontà di garantire il mantenimento dell’occupazione ed il pagamento delle retribuzioni di tutti coloro che sono al servizio della Santa Sede e del Governatorato, in particolare di coloro che hanno famiglia a carico, e di assicurare l’aiuto alle persone in necessità e alle Chiesa più bisognose”. A ciò si aggiunge una lunga serie di decurtazioni di attività non essenziali: riduzione delle consulenze, degli straordinari lavorativi, annullamento di fiere, mostre e convegni organizzati col patrocinio della Santa Sede, nessuna nuova fornitura di mobili e materiali d’ufficio.

Tutto questo per preservare la sicurezza economica dei dipendenti, la tutela del lavoro, centrale nel messaggio del pontefice in tema sociale, e le opere di carità che hanno sommato il valore di 24 milioni di euro nello scorso anno. La Santa Sede naviga in acque agitate e al tempo stesso punta a garantire alle Chiese nazionali il ruolo di sentinelle di prima linea nella fornitura di aiuti economici e sociali a persone indigenti, colpite dall’esclusione sociale o dagli effetti della pandemia. La sola Conferenza Episcopale Italiana ha mobilitato mezzo miliardo di euro: una somma che non potrebbe essere pareggiata ora dalla Santa Sede, per cui inizia un dura fase di resistenza alla marea della crisi. Di fronte a una variazione al ribasso di entrate già di per sè incerte, il compito di far quadrare le finanze vaticane sarà decisamente complesso.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY