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Giuseppe Conte, nell’odierno intervento alla Camera, ha rinfacciato a Matteo Renzi ed Italia Viva il fatto di aver aperto una crisi di governo al buio senza senso di responsabilità per il Paese. “Questa crisi ha provocato profondo sgomento nel Paese”, ha detto Conte a Montecitorio, “rischia di produrre danni notevoli e non solo perché ha fatto salire lo spread ma ancor più perché ha attirato l’attenzione dei media internazionali e delle cancellerie straniere”.

Se si può discutere apertamente sull’effettiva opportunità politica delle azioni di Renzi, che dopo un confronto serrato col governo giallorosso ha sembrato rompere più per motivazioni di rancore e astio personale verso Conte che per temi concreti, lo stesso non si può dire sulla sensatezza del richiamo di Conte allo spread (le cancellerie, lo sappiamo, hanno nel mirino l’Italia da tempo). Ci spieghiamo meglio.

Conte riporta in parlamento un mantra arci-noto agli analisti di politica interna e di economia, ovvero quello secondo cui lo spread, cioè il differenziale di rendimento tra i Btp italiani e i Bund tedeschi, è il vero e proprio termometro dell’affidabilità politica di un esecutivo e, soprattutto, della fiducia dimostrata nei suoi confronti dagli investitori internazionali. La narrazione del premier è la seguente: il governo giallorosso, secondo esecutivo da lui presieduto, ha fatto dell’europeismo la stella polare della sua azione, come del resto ricordato alla Camera (rivendicando la scelta di “una visione europeista” come collante tra M5S, Pd e alleati); questo ha reso ipso facto l’Italia affidabile e ha garantito “protagonismo politico” a Roma nelle trattative per il Recovery Fund e le strategie di ripresa dell’Unione; Renzi, venendo meno all’accordo di governo, rischia di mettere a repentaglio l’esistenza dell’esecutivo e dunque di fronte a questa eventualità lo spread traballa, segnalando la necessità del proseguimento dell’esperienza giallorossa.

Una narrazione impeccabile, a un primo sguardo. Che presenta però notevoli crepe. In primo luogo per l’entità della variazione dello spread, che come può bastare la semplice consultazione di un grafico in occasione dello scoppio della crisi di governo non ha conosciuto che minime oscillazioni. Dal 12 al 14 gennaio lo spread è salito da circa 109 a circa 114 punti base, segno che il differenziale di rendimento tra Btp e Bund è aumentato di circa lo 0,05%. I rendimenti in sé sono dai tempi ai minimi, aggirandosi attorno allo 0,6% per i titoli a dieci anni, circa un terzo rispetto al maggio scorso. La crisi del governo Conte II non ha prodotto nulla di simile a quanto accaduto non solo in occasione dell’inizio della pandemia, con il rendimento dei Btp raddoppiato da più dell’1,3 al 2,7% sulla scia dei primi lockdown, ma anche in occasione della discussione sulla manovra del governo gialloverde nel 2018, che Conte concluse con una sagace mediazione e dovrebbe dunque ricordare bene.

Cosa mancava in entrambi i casi? Era incerto nel primo e declinante nel secondo il sostegno dell’assicurazione sulla vita della Banca Centrale Europea, che col Pandemic Emergence Purchase Plan sta mettendo in circolo circa un trilione di euro a sostegno dei titoli di Stato dei Paesi membri, garantendone dunque la stabilità e la solvibilità di fronte a qualsiasi prospettiva di destabilizzazione. Indipendentemente da cambi di governo, sviluppi politici interni e scenari economici contrastanti. L’accusa di Conte in Parlamento appare dunque di per sè mendace, se non nel contesto di una narrazione funzionale al suo progetto politico: attrarre nel campo a lui favorevole deputati e senatori suscettibili all’innalzamento delle bandiere dell’europeismo ortodosso; colpire proprio sul tema della solidarietà europea Renzi; recuperare terreno di fronte a “patroni” comunitari che da tempo sembrano vederlo con sempre minore fiducia.

Lo spread è un parametro tecnico che ha valore solo quando viene utilizzato come arma politica e mediatica, lo spauracchio per eccellenza da agitare. Anche quando basterebbe leggere parallelamente due grafici per convincersi della sua ridotta utilità. Un caso del genere si era già verificato agli albori del Conte II, nel settembre 2019, quando Graziano Delrio, esponente Pd ed ex titolare del Ministero delle Infrastrutture,  arrivò a citare il “risparmio da spread” che il nuovo governo avrebbe garantito nel suo discorso di fiducia al Conte-bis, sottolineando che l’uscita dal governo della Lega e l’ingresso del Pd avevano portato nuova linfa alle finanze pubbliche italiane riducendo i rendimenti dei titoli. Ebbene, dal 2,5% di maggio i titoli italiani erano già scesi a un rendimento dell’1,3% il 20 di agosto, giorno dello scontro al Senato tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini, arrivando poi all’1,1% a inizio settembre. Merito di nuove azioni di alleggerimento della Bce nella fase finale del mandato di Mario Draghi, ça va sans dire.

Insomma, se già nel 2019 era poco utile, parlare di spread come di una questione di valenza politica nel 2021 non ha semplicemente senso. Ma a Conte interessava la parte retorica del discorso, portare acqua al suo mulino politico e mostrare le sue forti credenziali europeiste. L’incultura sulle materie finanziarie e economiche di buona parte della politica e della stampa che dovrebbe far le pulci a queste uscite fa il resto nel garantire impunità di fronte ad affermazioni criticabili o fuorvianti.