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Sono state settimane concitate quelle che hanno inaugurato il mandato presidenziale di Andrés Manuel Lopez Obrador (Amlo) in Messico. Il presidente esponente della sinistra di Morena è entrato a gamba tesa nella vita pubblica messicana, cercando di capitalizzare sin dalle prime battute il suo forte consenso e il controllo della maggioranza parlamentare per condurre in porto la sua agenda, portando nelle istituzioni le sue parole d’ordine a lungo sciorinate in campagna elettorale: fine della corruzione, giro di vite sugli stipendi dei dipendenti pubblici, ripristino dell’ordine, rilancio dell’ economia devastata dal saccheggio neoliberista.

Le prime, simboliche decisioni lasciano intravedere un nuovo approccio e una ferma volontà di invertire la tendenza rispetto alle precedenti amministrazioni: il Messico è stabilmente assestato tra le 20 maggiori economie del pianeta, ma è tormentato da profonde disuguaglianze interne al tessuto sociale e geografico e afflitto dal flagello della criminalità e dei gruppi di narcotrafficanti che mettono a rischio la stessa unità dello Stato.

Sul primo versante la decisione di garantire pensioni sociali ai minori affetti da disabilità fisiche e mentali risponde a una visione inclusiva della politica economica. In ogni caso Amlo dovrà riuscire a estendere la sua azione anche oltre il rafforzamento del welfare. Come sottolinea Americas Quarterlyinfatti, Amlo deve rispondere a un elettorato molto diverso da quello che ha portato al potere leader di sinistra come Hugo Chavez, Daniel Ortega e Evo Morales e ciò rende improbabile il rischio di una “deriva venezuelana” paventato dai suoi oppositori, non fosse altro per la diversa statura geopolitica ed economica del Messico.

La grande partita di Amlo: il rilancio del settore petrolifero

Contrariamente al duo Chavez-Maduro, infatti, Amlo pare non intenzionato a commettere il “peccato originale” di sfruttare la rendita petrolifera come un bancomat per finanziare i programmi sociali del governo, ma punta altresì a rafforzare la base produttiva del Paese e il valore aggiunto del settore energetico. L’obiettivo ultimo di López Obrador è quello di portare l’output petrolifero messicano da 1,7 a 2,4 milioni di barili al giorno entro il 2024 e di rafforzare le capacità di raffinazione del Messico costruendo una nuova raffineria da 7 miliardi di dollari e potenziando le sei già esistenti.

Nella prima legge di bilancio del 2019, approvata persino dal colosso finanziario BlackRock che possiede quote della compagnia petrolifera pubblica Pemex, gran parte del debito estero del Paese e ha un portafoglio così diversificato da essere perfino proprietario di un carcere privato a Coahuila, il governo di Amlo ha messo in programma un ampliamento del 14% del budget della stessa Pemex. Amlo progetta stanziamenti pari a 464 miliardi di pesos – circa 20 miliardi di euro – per salvare Pemex dal dissesto finanziario in cui è precipitata negli ultimi anni e rinverdire una tradizione di produzione energetica che vede il Messico in appannamento continuo nell’ultimo quindicennio (la produzione si è dimezzata dai 3,4 milioni di barili al giorno del 2003).

Amlo si rifà a Lazaro Cardenas

“È un momento decisivo per la storia del Paese e dell’industria petrolifera”, ha detto López Obrador dopo la presentazione del bilancio del 2019. “Non esagero, è come nel 1938, è un nuovo salvataggio della Pemex”. Il richiamo al 1938 è carico di simbolismi: “López Obrador si sta paragonando all’ex-presidente Lázaro Cárdenas, quello che nel 1938 annunciò la nazionalizzazione del settore petrolifero messicano e l’esproprio delle compagnie straniere – al tempo soprattutto inglesi e americane – in nome della difesa della sovranità nazionale”, scrive EastWest. Parlando di “salvataggio della Pemex” López Obrador “vuole fare leva sul sentimento nazionalistico associato alla proprietà pubblica del petrolio, certamente sfumato nel corso degli anni ma mai sopito: Pemex resta ancora un simbolo dell’orgoglio messicano”.

Amlo punta a rafforzare gradualmente il mercato interno messicano e si è dichiarato favorevole a ” bloccare per un po’ le esportazioni di petrolio per concentrarsi sul mercato domestico, con lo scopo di accrescere la produzione di benzina e rendere il Messico autosufficiente. Ha anche detto di voler sussidiare il prezzo del carburante per mantenerlo basso: è una proposta che piace molto alla popolazione, che lo scorso gennaio aveva reagito con durissime proteste al momento della liberalizzazione – e quindi dell’aumento – dei prezzi della benzina”.

Toccati anche gli interessi di Eni?

A ciò si aggiunge la volontà di per tre anni le aste petrolifere, che non è stata accompagnata da dichiarazioni favorevoli a una completa espropriazione delle proprietà petrolifere straniere. Ciò sarebbe controproducente per Pemex, che necessita del know-how delle majors straniere per rafforzarsi, e metterebbe il Messico nel mirino della speculazione internazionale, alimentando una pericolosa fuga di capitali.

Tra le multinazionali maggiormente attive nel Paese americano si sottolinea la presenza di Eni, prima compagnia straniera ad entrare nel Paese dopo le liberalizzazioni parziali del 2013. Il cane a sei zampe ha messo piede in Messico “aggiudicandosi alla prima asta il 100% dell’Area 1, situata nelle acque della Baia di Campeche, a ovest della penisola dello Yucatan”, ha scritto Lapo Pistelli su Limes.

Una serie di investimenti per 1,9 miliardi di dollari è stata programmata per tale Area, mentre al contempo Eni ha deciso di cedere una quota del 35% della sua gestione a Qatar Petroleum. “Si stima che l’Area 1 contenga 2,1 miliardi di barili di olio equivalente in posto (90% olio) nei campi di Amoca, Miztòn e Tecoalli. Eni  a oggi ha perforato 5 pozzi e lo scorso luglio la Commissione Nazionale per gli Idrocarburi del Messico (Comisiòn Nacional de Hidrocarburos, CNH ) ha approvato il piano di sviluppo per l’Area 1. Lo sviluppo avverrà per fasi con l’inizio della fase di produzione anticipata (early production) previsto nel primo semestre del 2019 tramite una piattaforma situata sul campo di Miztòn”, scrive Milano Finanza.

Eni punta a fare gruppo per venire incontro sul terreno alle richieste di Amlo di una crescita degli investimenti produttivi nel Paese in campo petrolifero. Se e come gli interessi di Eni in Messico saranno toccati dipenderà dalle scelte che verranno fatte nel mercato energetico interno. Pemex e Amlo hanno bisogno di colossi come Eni per sviluppare la loro azione: e di questo a Città del Messico sono pienamente consapevoli.

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