America First. Però Mike Pompeo lavora per vendere l’acciaio Usa ai giapponesi

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Mike Pompeo sta lavorando per portare il colosso siderurgico americano US Steel sotto controllo nipponico. L’ex direttore della Cia e segretario di Stato di Donald Trump, dato in avvicinamento all’ex e potenziale futuro presidente Usa nelle ultime settimane, è stato indicato dalla multinazionale giapponese Nippon Steel come consulente speciale per rompere la diffidenza bipartisan della politica e delle istituzioni americane per l’affare da 14 miliardi di dollari che potrebbe portare il gruppo di Pittsburgh sotto il controllo di Nippon.

US Steel-Nippon Steel: un accordo controverso

Nippon Steel, terzo più grande produttore d’acciaio al mondo, ha a dicembre 2023 annunciato il deal con US Steel, gruppo erede dell’impero fondato a inizio Novecento da J.P. Morgan e protagonista della stagione ruggente dell’industria americana nella prima metà del secolo scorso. US Steel nel 1902, primo anno di attività, produceva due terzi dell’acciaio Usa: fu per decenni l’azienda più grande al mondo del settore, mentre oggi è solo la ventisettesima, e dal 1990 non ha più potuto rimanere quotata in Borsa. Effetto della crisi dell’acciaio e dell’industria americana sostanziata nel declino della Rust Belt di cui Pittsburgh, in Pennsylvania, è una delle città simbolo.

Dopo interessamenti non andati a buon fine della canadese Stelco, della franco-indiana ArcelorMittal e dell’americana Cleveland-Cliffs, Nippon Steel ha proposto un’offerta da 55 dollari ad azione, una valorizzazione del 40% delle quote, unita al mantenimento previsto della produzione e della sede in America. L’accordo è stato però bocciato in maniera pressoché bipartisan dalla politica Usa.

L’opposizione bipartisan della politica

A farsi primi portavoce del malcontento un terzetto di senatori repubblicani guidato da JD Vance, attuale candidato vice di Trump, che assieme a Marco Rubio e Josh Hawley ha comunicato al segretario al Tesoro di Joe Biden, Janet Yellen, una missiva indicante i rischi per la sicurezza economica nazionale derivante dalla cessione dell’hub siderurgico ai giapponesi. Un’America che vuole tornare a essere potenza industriale può rinunciare al controllo sul suo acciaio? Questo tema, che in Italia col caso Ilva conosciamo bene, ha suscitato riflessioni.

L’acciaio è strategico su ogni fronte industriale, non secondario quello della Difesa e della sicurezza nazionale. L’industria della Difesa americana spinge per armare Paesi amici come Ucraina e Taiwan e rifornire le forze Usa; il senatore Mark Kelly (Democratico dell’Arizona) e il deputato Mike Waltz (Repubblicano della Florida) hanno ideato una rara operazione bipartisan per rafforzare la capacità americana nel potenziamento della US Navy e rilanciare i cantieri navali, per cui servirà moltissimo acciaio made in Usa.

Critiche profonde sono arrivati anche dai senatori democratici Sherrod Brown, John Fetterman e Joe Manchin III, che rappresentano tre Stati che della re-industrializzazione intendono trarre vantaggio (Ohio, Pennsylvania e West Virginia) hanno criticato il deal, su cui anche i principali sindacati del settore si sono espressi contrariamente. Logico che anche i pretendenti alla Casa Bianca entrassero nella partita: Donald Trump ha bocciato l’accordo e in scia anche il presidente Biden si è messo di traverso chiedendo verifiche sull’accordo.

Entra in scena Pompeo

Da dicembre si è arrivati all’estate e Nippon Steel vuole chiudere l’affare. L’azienda intende espandere la sua capacità produttiva e simboleggiare con un’acquisizione di peso il rilancio del Giappone e della sua industria nel mondo. Con una campagna elettorale caldissima e che anche sul futuro ruolo dell’America nel mondo giocherà le sue battute finali nei prossimi mesi il deal su US Steel rischiava di restare stritolato tra la tenaglia dem e quella conservatrice.

Per questo Nippon Steel si è rivolta a Pompeo. Il Financial Times ha spiegato il perimetro del mandato del politico del Kansas di discendenza italiana: Pompeo dovrà “superare le dichiarazioni pubbliche contrarie all’accordo da parte di Trump e del presidente Joe Biden. Entrambi gli uomini stanno cercando di corteggiare tra i loro potenziali elettori i colletti blu nello stato chiave della Pennsylvania in vista delle elezioni di novembre”, che potrebbero rivelarsi decisivi per la scelta del presidente. Il Ft ricorda che a Tokyo ci si aspetta via libera e che molti attori politici nipponici sperano in un accordo che consolidi le relazioni Usa-Giappone contro la Cina, protagonista del mercato siderurgico mondiale.

America First a corrente alternata

Risulta curioso che a dover lusingare i membri dell’attuale e potenziale futura amministrazione in nome della cessione di US Steel sia un politico divenuto portavoce del principio trumpiano dell’America First durante il suo mandato e che nei giorni scorsi ha parlato proprio alla convention repubblicana di Milwaukee che ha incoronato Trump candidato e Vance, oppositore dell’accordo, come potenziale vice.

Anche Pompeo ha parlato alla convention, rivendicando il mandato del quadriennio trumpiano: “Abbiamo posto l’America davanti a tutto, ogni giorno“, ha scandito Pompeo.We put America first every single day”. Un impegno deciso. Che sembra esser potenzialmente collidente con il nuovo ruolo di advisor e portatore d’interessi di una figura che, da rappresentante diplomatico americano, ha da un lato promosso il protezionismo commerciale nei settori strategici e dall’altro invitato alleati e partner a sostituire gli investimenti cinesi con quelli di Paesi come gli Usa nei settori strategici.

Suona strano veder Pompeo nel ruolo di sostenitore della vendita di un asset chiave dell’industria Usa, per quanto in una chiave di rilancio, quando lo stesso Trump e soprattutto il potenziale vicepresidente Vance, figlio della Rust Belt, propongono di fermare l’accordo, che potrebbe essere una delle prime sfide destinate a arrivare sulla scrivania di una nuova amministrazione di cui Pompeo, si dice, potrebbe far parte. L’ex segretario di Stato appare molto diverso dal suo presidente su tale dossier e questo lascia pensare che, forse, le voci di un suo possibile ingresso nel Trump 2.0 sono ancora tutte da verificare. Specie alla luce di una posizione tanto divergente sul tema critico degli investimenti stranieri, cruciale per la sicurezza nazionale.