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L’Arabia Saudita fa dietrofront sulla tendenza del suo braccio finanziario, il Public Investment Fund (Pif), a operare con imponenti acquisizioni all’estero, spesso orientate ad attività di branding del Regno o a promuovere scommesse dai complicati ritorni economici. L’opinione pubblica internazionale se ne è accorta guardando all’esaurirsi del più curioso fenomeno sociale che aveva riguardato il Paese del Golfo lo scorso anno, la grande esposizione sul mercato globale del calcio che aveva portato nomi illustri a prendere la volta di Riad e dintorni.

Le principali squadre saudite, ovvero l’Al-Hilal campione in carica, l’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo e l’Al-Ittihad di Karim Benzema, hanno tutte lo stesso azionista di riferimento, che è proprio il fondo sovrano saudita, il Pif appunto, alimentato da decenni di rendita petrolifera e utilizzato come vettore per gli investimenti del Trono delle Spade dopo l’avvio della grande strategia di riconversione e investimento del principe ereditario Mohammad bin Salman. Come ha ricordato la Gazzetta dello Sport, infatti, ” se nella folle estate del 2023 i 18 club della prima divisione dell’Arabia Saudita investirono quasi un miliardo di euro sul mercato e circa 1,2 miliardi in ingaggi annuali, adesso sono fermi a poco più di 200 milioni di euro sborsati”, un sesto dell’anno scorso. E questo è indicativo di una svolta nelle politiche del Pif che ha i cordoni della borsa della Saudi Pro League, che si estende a settori di gran lunga più strategici.

Il Pif, che maneggia asset per 600 miliardi di dollari, secondo il Financial Times sarebbe stato indirizzato da Mohammad bin Salman a concentrare i suoi investimenti sullo sviluppo interno dell’Arabia Saudita e sul preparare il Paese a un’ampia serie di scenari di ribalta internazionale che nel prossimo decennio metteranno l’Arabia Saudita sotto gli occhi del mondo.

Nel 2027 l’Arabia Saudita ospiterà la Coppa d’Asia di calcio, nel 2029 i Giochi asiatici invernali e, soprattutto, nel 2030 avrà luogo a Riad l’Esposizione Universale. Con 40 miliardi di dollari il Pif, nota il Ft, sosterrà questi investimenti oltre all’ampliamento dell’offerta economica del Paese, dall’investimento nella compagnia mineraria Ma’aden, chiamata a cercare risorse capaci di emancipare dal petrolio la nazione del Golfo, e il vettore aereo Riyadh Air, con cui l’Arabia Saudita vuole creare un’alternativa a Emirates, Qatar Airways e Turkish Airlines nei collegamenti globali che hanno come hub il Medio Oriente. Sullo sfondo, altre grandi iniziative: la candidatura per i Mondiali di calcio del 2034, l’ipotesi di una sortita olimpica nel 2036 e, verso la fine del prossimo decennio, il completamento della costruzione di Neom, la nuova capitale pensata da Mohammad bin Salman come sede delle istituzioni del Regno.

La logica è chiara: sviluppare infrastrutture per ospitare i Mondiali di calcio vale più che spendere oggi nel calciomercato; i progetti devono garantire ritorni in termini di visibilità, sviluppo e immagine; soprattutto, non un dollaro del Pif può essere sprecato. In passato, ricorda il Ft, “mentre cercava di aumentare rapidamente la sua esposizione estera da praticamente zero all’obiettivo del 24 percento del suo portafoglio, ha fatto scalpore con una serie di accordi di alto profilo, tra cui l’immissione di 45 miliardi di dollari nel Vision Fund di SoftBank nel 2016 e di 20 miliardi di dollari in un fondo infrastrutturale di Blackstone l’anno successivo”.

Ora che le start-up su cui punta Vision Fund sono nella fase di crisi strutturale in America e che le infrastrutture servono dentro, e non fuori, l’Arabia Saudita, il Pif cambia strategia. E così all’estero viene smobilizzata una serie di partecipazioni come quella nella linea di navi da crociera Carnival e invece è mantenuta la base di partecipazioni che porta profitto in termini di dividendi: ad esempio, il Pif detiene nella Silicon Valley partecipazioni in Meta, Nvidia, PayPal, Microsoft, Pinterest e Advanced Micro Devices che contribuiscono a generare ritorni e flussi di cassa. E rispetto al passato è cambiato il vento: Riad non usa più questi acquisti per proporsi al mondo come acquirente interessato, ma ottimizza le sue spese per dare stabilità al fondo. E non renderlo più dipendente come in passato da una rendita petrolifera sempre più incerta sul lungo periodo. Un cambio di paradigma importante, dunque. Che riflette le rinnovate ambizioni di un Paese desideroso di apparire al centro della scena globale. E di non badare a spese per conseguire l’obiettivo.

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