La Germania di Friedrich Merz vive una fase complessa per la definizione del suo futuro come grande economia industriale e come prima potenza economica (e in prospettiva geopolitica) dell’Europa. E le difficoltà sembrano prevalere sui dati positivi, come dimostrano i recenti rilievi sulla produzione industriale.
Germania, produzione in sofferenza
Mentre il governo di coalizione formato da Merz tra la sua Unione Cristiano-Democratica (Cdu) e il Partito Socialdemocratico (Spd) programma i grandi progetti di spesa, dalle infrastrutture al riarmo, la realtà cogente disegna però un quadro a tinte scure. Il futuro del modello produttivo della seconda potenza manifatturiera e commerciale globale (dopo la Cina) in termini di export e surplus commerciale è in bilico, e molti dati non mancano di sottolinearlo.
Partiamo dal più recente: ad agosto la produzione industriale è caduta del 4,3% su base mensile e del 4% annuo, cancellando il moderato +1,3% di luglio. L’ufficio statistico Ifo imputa la caduta principalmente alla crisi del settore auto sottolineando anche l’impatto delle vacanze estive sulla ciclicità.
La Germania in de-industrializzazione
“Speriamo sia vero”, commenta su quest’ultimo punto Ing Think, portale d’approfondimento dell’omonima banca olandese, che sembra mostrare scetticismo sulle prospettive di rilancio dell’industria manifatturiera tedesca. Per gli analisti di Ing Think in Germania “aumenta il rischio di un altro trimestre di contrazione del Pil e quindi di una recessione tecnica”. Sarebbe la terza in meno di tre anni dopo quella del 2023 e quella conosciuta a cavallo tra fine 2024 e inizio 2025.
Complessivamente, Berlino ha visto il Pil scendere in entrambi gli anni passati. Merz prometteva una svolta a tutto campo ma ad oggi essa non si sta verificando. La decisione di Volkswagen di tagliare 7.500 posti di lavoro, di Daimler Truck di ridurli di 5mila unità in 5 anni, di Bosch di operare almeno 13mila tagli nella produzione di componenti si sommano a strategie come quella di Mercedes-Benz di ridimensionare del 10% i costi operativi nel delineare uno scenario di contrazione.
Ing aggiunge che “la produzione industriale in Germania è ancora di circa il 15% inferiore al livello pre-pandemico. La produzione nei settori ad alta intensità energetica è ancora di circa il 4% inferiore al livello del 2024”. Il combinato disposto tra concorrenza cinese in settori ritenuti di pertinenza dominante della Germania, dall’auto alla chimica passando per l’impiantistica, la fine dell’energia a basso prezzo dalla Russia e, ora, i dazi statunitensi sta creando un quadro di contrazione strutturale della capacità produttiva, esportatrice e commerciale dell’ormai ex “Locomotiva d’Europa“.
Le tensioni della Germania
Non a caso Merz sta spingendo per rivedere le normative sul passaggio al 100% elettrico nel 2035 per l’automobile, anche a costo di entrare in rotta di collisione con la Commissione Ue presieduta da una sua connazionale e compagna di partito: Ursula von der Leyen.
La spinta sul riarmo appare l’altro versante della strategiacon cui la Germania intende ravvivare l’anemica industria nazionale. Il momento è però critico e Berlino, dopo aver pasteggiato per anno nell’immobile estrattivismo di Angela Merkel sul resto d’Europa, sconta gap di capacità innovativa e competitività di molti suoi settori trainanti.
L’ipotesi di studio basata sull’assunto che il mondo avrebbe avuto perennemente una fame crescente di merci tedesche si è rivelata fallace. E ora Berlino si muove nell’incertezza, e assieme a lei tutti i sistemi che dipendono dalla manifattura tedesca. Primo fra tutti quello dell’Italia del Nord pienamente inserito nel bacino produttivo germanocentrico.
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