Rafforzamento delle filiere industriali interne, rilancio delle infrastrutture, rafforzamento del welfare, potenziamento della sanità, garanzie anticrisi, stimoli alla ripresa economica oggigiorno trainata dalla ripresa delle attività legata alla campagna vaccinale, lotta alle disuguaglianze. In un concetto: costruire una nuova America. I piani economici dell’amministrazione di Joe Biden sono ampi, senza precedenti in termini di risorse impiegate e decisamente impegnativi. Senza venature critiche, potremmo definire l’attuale presidente Usa un vero “democristiano”: Biden eredita e struttura la focalizzazione del predecessore Donald Trump sulla sicurezza economica e industriale degli Usa; coglie al balzo la crescente domanda di una riduzione della dimensione delle faglie sociali che stanno danneggiando l’America della sinistra democratica; spinge fortemente su alcuni cavalli di battaglia del suo partito ma non chiude alla negoziazione con l’opposizione repubblicana.

Contrasto ai limiti del Paese

Leggendo l’intervista realizzata da Ezra Klein del New York Times al capo del National Economic Council della Casa Bianca, l’ex consigliere di Barack Obama e alto dirigente di BlackRock Brian Deese, si capisce che la focalizzazione principale delle manovre del governo statunitensi sta nel contrasto alle vulnerabilità sistemiche del Paese. Contro cui Biden ha scatenato una vera e propria potenza di fuoco dopo gli interventi da 4 trilioni di dollari promossi dall’amministrazione Trump e dal Congresso nel 2020.

Dopo l’American Rescue Plan da 1,9 trilioni di dollari approvato dal Congresso a marzo ora Biden sta promuovendo un piano da 2,3 trilioni di dollari per rilanciare strade, porti, ponti, infrastrutture digitali, reti energetiche ed è pronto a mettere in tavola oltre 1,8 trilioni per l’America Families Plan. Progetti che copriranno, nelle intenzioni, buona parte degli oltre 7 trilioni di dollari su cui gli esperti prevedevano si sarebbero distribuite le misure delle Bidenomics, che la Casa Bianca intende collegare a precise misure volte a colpire i redditi più elevati, invertendo in parte la riforma fiscale di Trump, e a mettere le basi per una soluzione globale per la tassazione delle multinazionali.

Mentre gli Stati Uniti stanno iniziando a riprendere il percorso robusto di crescita economica che li aveva contraddistinti nelle due precedenti amministrazioni e, dalle tecnologie di frontiera all’industria strategica, il focus di molte partite aperte dalla nuova amministrazione unisce alle prospettive interne le sfide geopolitiche di Washington in molti si chiedono se un’iniezione tanto intensa di risorse nell’economia possa generare delle pressioni inflative. Ad ora i 1.900 miliardi di dollari portati da Biden nell’economia, uniti ai 935 dell’ultimo intervento di dicembre promosso da Trump, portano le risorse-extra inserite nel circuito al 9% del Pil. Sul Financial Times e The Economist non mancano analisi e dibattiti legati alla prospettiva che le iniezioni di liquidità possano aumentare il livello dei prezzi e l’inflazione e surriscaldare i mercati finanziari.

Cosa dicono le stime sulla crescita

La ripresa Usa è decisamente robusta. Le stime di Morningstar prevedono una crescita del Pil reale degli Stati Uniti del 5,3% nel 2021 e del 4% nel 2022; a dicembre la Federal Reserve prevedeva un +4,2% per l’anno in corso; l’Ocse alza le stime per il 2021 al 6,5% e confermava il +4% per il 2022, mentre per fare un paragone le stime parallele compiute per l’Ue prevedono sia per il 2021 che per il 2022 un +3,8-3,9% di crescita.

Ad ora solo la crescita del Regno Unito tra le economie occidentali avanzate batte quella della superpotenza. Ciononostante, le misure messe in campo da Biden sono state criticate da Larry Summers, professore della Harvard University, già Segretario al Tesoro dell’amministrazione Clinton, secondo il quale se ci liberiamo del Covid, avremo un’economia in fiamme”. Summers ritiene rispettata la corrispondenza tra immissione di denaro nell’economia, intervento delle banche centrali (120 miliardi di dollari gli acquisti mensili di titoli della Fed) e aumento del livello dei prezzi al dettaglio, ritenendo che un’eccessiva spesa possa danneggiare la ripresa americana.

I rischi dietro le Bidenomics

Inoltre, nota Vita, “ci si chiede se i risparmi cumulati in questo stesso periodo verranno liberati, cioè spesi, una volta superate le costrizioni del distanziamento. E che ne sarà degli effetti del moltiplicatore keynesiano, tale per cui l’aumento della spesa pubblica ingenera un aumento più che proporzionale della domanda aggregata? Insomma, c’è un rischio reale di ripresa dell’inflazione?”. Domande legittime ma che devono essere lette completando il quadro con un dato fondamentale: buona parte dei risparmi stessi dei cittadini statunitensi, come dimostrano i dati segnalati dal sito della Casa Bianca e relativi al periodo da marzo 2020 in avanti, sono legati alla presenza di programmi di sostegno operati dallo Stato, che ha investito risorse per politiche quali l’helicopter money al fine di evitare il tracollo finanziario di cittadini e imprese nel contesto di una crisi asimmetrica che ha colpito alcuni settori con virulenza ben maggiore. A marzo 2021 il governo ha trasferito ai cittadini 300 miliardi di dollari, portando il totale degli ultimi 12 mesi a 4 trilioni, quasi un quinto del Pil del Paese nel 2020 (21,5 trilioni).

La vera pressione inflattiva che deve preoccupare i decisori pubblici Usa è quella sulle borse. Da tempo Wall Street viaggia su livelli di capitalizzazione sovradimensionati dal rally dei mercati seguito alla corsa dei titoli tecnologici e dei nuovi settori di frontiera. Sebbene il Nasdaq, l’S&P500 e gli altri indici siano ora assestati su tassi di crescita non più esponenziali, la liquidità che rimane intrappolata entro la finanza speculativa è tuttora elevata.

E qualora la spesa pubblica statunitense alimentasse nuove bolle e nuovi casi problematici come la speculazione su GameStop di febbraio le risorse verrebbero sottratte alla crescita dell’economia in senso neo-keynesiano e si intrappolerebbero nelle spirali della corsa ai rendimenti finanziari senza possibilità di sbocchi produttivi. L’inflazione dei listini deve preoccupare più di quella dei prezzi reali che, in Usa, Ue, Regno Unito, Giappone, da anni non segue il tasso – sempre più alto – di immissione di moneta dell’economia e di risorse a sostegno dell’economia reale.