Crisi energetica, inflazione in aumento (sopra la linea di guardia del 3%), bond sotto l’assedio delle contingenze internazionali, scenari commerciali ancora incerti… Ma c’è una certezza che l’economia italiana continua a mantenere: la manifattura. Dopo un periodo difficile tra il 2023 e il 2025, segnato principalmente dalla frizione con un rimbalzo post-pandemico energico e complesso, il 2026 sta per ora mostrando segni di ripresa della produzione industriale e della fiducia del comparto manifatturiero italiano e, dopo i dati macro sulla crescita del volume di produzione, a inizio anno arriva l’indice manifatturiero S&P a dare ulteriori elementi di conforto al sistema-Paese.
L’indice S&P italiano è brillante
A maggio l’indice manifatturiero è arrivato a 52,9 punti, un aumento rispetto ai 52,1 di aprile e ai 49,2 del maggio 2025. Si tratta di dati che non fotografano valori di output precisi ma mostrano il feeling delle imprese rispetto all’attesa per l’attività futura. Un indice sopra il 50 mostra la previsione di un’attività in espansione, un valore in crescita una possibilità di ulteriori miglioramenti. L’Italia è in controtendenza col resto d’Europa: il cosiddetto PMI manifatturiero è al massimo per l’Italia da quattro anni, superiore alla media europea, calata da 52,2 a 51,6 a maggio, e riconosce tendenze inverse rispetto a Spagna (da 51,7 a 51,2), Germania (da 51,4 a 50,1) e soprattutto Francia, scesa in territorio negativo: da 52,8 a 49,7.
Come S&P legge il dato italiano
“Invertendo la tendenza al ribasso osservata ad aprile, le aziende manifatturiere italiane hanno segnalato a maggio un miglioramento nel volume degli ordini ricevuti. Sebbene solo marginale, il tasso di espansione è stato tra i maggiori negli ultimi quattro anni, con poco più di un quarto delle aziende che ha segnalato un rialzo”, ha commentato S&P, sottolineando come le aziende abbiano segnato un aumento della domanda collegata alla necessità di consolidare le scorte di sicurezza. L’economista Eleanor Dennison avverte che ci sono dei contro in questa tendenza: “questa è stata una delle più forti iniezioni di nuovi lavori in quattro anni”, ha commentato, notando che “le aziende hanno incrementato i volumi di produzione”. Certo, resta una ciclicità: le aziende operano per fare scorte ma l’Italia è un Paese di economia incentrata soprattutto sulla subfornitura e inserita in catene del valore più complesse, dunque il dato di crescita legato all’analoga restrizione tedesca, ad esempio, mostra un contesto complesso in cui a rallentare è il primo mercato del sistema-Paese.
La manifattura tra dazi e innovazione
Resta pur vero che la manifattura italiana si sta comportando bene in questa fase e, al netto di tempeste energetiche, inflazione e barriere tariffarie, Roma sta vedendo una grande espansione dei suoi mercati. Ad aprile il rimbalzo rispetto al mese orribile del Liberation Day di Donald Trump del 2025 è stato notevole: +12,1% di export verso gli Usa, +11,3% verso l’Unione Europea. Dopo il record di 643 miliardi di euro nel 2025, dato da quarta potenza globale, si preannunciano nuove prospettive positive per Roma. E l’industria manifatturiera è in tal senso il fiore all’occhiello. Non che manchino diverse sfide.
L’Italia deve, ad esempio, capire come gestire una strategia in cui sempre più l’automazione della produzione sfocerà nell’applicazione dell’intelligenza artificiale nelle fabbriche per capire se questi valori potranno essere difesi e consolidati. Ai margini della recente fiera Sps di Parma, l’ex segretario generale della Fim-Cisl e coordinatore di Base Italia, Marco Bentivogli, ha dichiarato a Industria Italiana che “il manifatturiero italiano pesa il 15% del Pil, ma genera il 95% dell’export e concentra il 35% degli investimenti. È il cuore competitivo del Paese. Ed è anche il terreno su cui si decide se l’Italia userà l’IA per rafforzare la propria base industriale o se la subirà come l’ennesima tecnologia importata”. Uno scenario da analizzare per capire se alle attuale contingenze positive seguiranno risultati strutturati altrettanto buoni. Ma la consapevolezza che la via per la prosperità del Paese passi per le fabbriche e la loro competitività è un dato assodato.