Lo scorso 6 settembre, a Città del Capo, in Sud Africa, si è svolta la 28esima edizione del Forum economico mondiale sull’Africa. Il continente vuole sfruttare al meglio le sue carte, ovvero quel binomio formato da risorse economiche e un’ingente forza lavoro, per trasformarsi in una potenza globale. La strada è lunga ma la salita inizia a essere meno ripida, almeno a giudicare dai progetti presenti sul tavolo dell’Unione Africana, l’organizzazione internazionale fondata nel 2002 che comprende tutti gli Stati africani. Se in passato l’Africa non credeva nelle proprie potenzialità, adesso, anche e soprattutto grazie all’intervento esterno della Cina, la regione ha idee diverse per affrontare il futuro. Si fa un gran parlare della cosiddetta Agenda 2063, il piano concepito a cavallo del tra il 2015 e il 2016 che ha come scopo quello di cambiare pelle all’Africa, guidandola attraverso la quarta rivoluzione industriale con le armi della crescita inclusiva e di un futuro condiviso.

L’Agenda 2063 dell’Unione Africana

Come riporta il sito ufficiale dell’Unione Africana, l’Agenda 2063 vuole creare “un’Africa integrata, prospera e pacifica, guidata dai propri cittadini e capace di rappresentare una forza dinamica nell’arena internazionale” da qui ai prossimi decenni. Sette sono le ispirazioni basilari che dovranno orientare la strategia politico-economica africana, tra cui il rispetto dei diritti umani, puntare sui giovani, sull’unione dei paesi e sul libero commercio. Tutto ruota attorno alla concezione del “cittadino africano”, un piano che punta all’apertura delle frontiere dei 55 Stati africani e sull’introduzione di un Passaporto dell’Unione Africana. Nel Continente Nero dovrà quindi essere libera sia la circolazione di uomini che di merci: impossibile fare altrimenti, vista la debolezza dei paesi presi singolarmente.

Unire i progetti

L’Africa, nei decenni passati, non ha ricevuto importanti aiuti concreti da parte di Stati Uniti e Unione Europea. La Cina, invece, è stata brava e astuta a intrecciare le proprie esigenze con quelle del Continente Nero. Pechino, a cavallo degli anni 2000, iniziava già a cercare nuovi mercati su cui far defluire le merci a sottocosto prodotte nel Guandong. L’Africa faceva al caso del Dragone: un continente povero e ma demograficamente ricco, capace di assorbire le cianfrusaglie provenienti da oltre la Muraglia. Gradualmente la Cina ha cambiato paradigma. L’Africa non sarebbe più stata importante solo per motivi economici, ma anche per cause geopolitiche. Arriviamo così all’avvento alla presidenza cinese di Xi Jinping e alla sua Nuova Via della Seta, il mastodontico progetto infrastrutturale concepito per collegare la Cina al resto dell’Asia, all’Europa e all’Africa. Ecco quindi che gli interessi economici e politici si fondono tra loro.

Il rischio di essere un gigante dai piedi di argilla

In pochi anni la Cina è diventata il motore principale della mutazione che sta avvenendo in Africa. Dal 2005 al 2018, Pechino ha investito nel Continente Nero 299 miliardi di dollari, ai quali ne devono essere aggiunti altri 60. Il Dragone ha proposto un piano di cooperazione con l’Unione Africana per allineare gli obiettivi dei rispettivi soggetti politici: l’Agenda 2063 e la Nuova Via della Seta. Detto in altre parole, il commercio cinese in Africa consentirà ai paesi africani di svilupparsi. Una delle falle che presenta la strategia africana è che l’intera regione rischia di piombare nella quarta rivoluzione industriale senza aver prima attraversato le precedenti. Ha senso avere infrastrutture all’avanguardia e le reti 5G ma non possedere, ad esempio, un efficiente industria e un adeguato sistema sanitario? Su questo l’Africa dovrà lavorare molto per evitare di diventare un gigante dai piedi d’argilla.