Il sistema PAPSS ovvero: la sfida dell’Africa per non dipendere più dalle monete altrui

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Il contesto è chiaro: per decenni, il commercio intra-africano è stato limitato da barriere sistemiche che nulla avevano a che fare con la produzione, la domanda o la logistica, ma piuttosto con un’architettura finanziaria pensata altrove. Transazioni tra Paesi confinanti devono spesso passare per banche in Europa o negli Stati Uniti e avvalersi del dollaro statunitense anche per operazioni di import-export limitate, generando costi di transazione esorbitanti e ritardi operativi non sostenibili. Per questo motivo, quindici Paesi africani hanno deciso di aderire al sistema PAPSS (Pan-African Payment and Settlement System): una rete integrata di pagamenti e compensazioni che consente alle aziende africane di effettuare transazioni direttamente in valuta locale, senza convertire in dollari o utilizzare istituzioni finanziarie esterne.

Attivo già dal gennaio 2022 e in costante espansione, PAPSS coinvolge oggi oltre 150 istituti bancari e copre Stati come Kenya, Tunisia, Zambia e Malawi. Le stime ufficiali parlano di una riduzione dei costi operativi fino al 90%: una transazione da 200 milioni di dollari può costare fino al 30% con i canali tradizionali, ma solo l’1% tramite PAPSS. A ciò si aggiunge un impatto potenziale stimato in circa 5 miliardi di dollari all’anno di risparmio netto per l’intero continente, che potrà essere reimpiegato in infrastrutture, credito interno e sviluppo produttivo locale.

Questo cambio di paradigma nella gestione delle transazioni riflette una volontà politica precisa: non accontentarsi di una maggiore efficienza, ma costruire una nuova logica finanziaria endogena. È un’azione che va letta anche come primo passo verso la normalizzazione di meccanismi autonomi, capaci di rispondere alle esigenze specifiche del continente africano e in un mondo in cui l’accesso alla liquidità internazionale è sempre più condizionato da dinamiche esterne, costruire un sistema autosufficiente diventa anche una questione di sicurezza economica.

Meccanismi e vantaggi del modello PAPSS

Dal punto di vista tecnico, PAPSS funziona come un sistema multilaterale di compensazione istantanea tra valute locali: l’impresa zambiana acquista beni da una controparte keniota e paga in kwacha, il venditore riceve in scellini, senza che nessuno dei due debba convertire in dollari o ricorrere a una banca estera. Questo è reso possibile da una rete che collega banche commerciali, banche centrali e operatori di pagamento attraverso un’infrastruttura digitale che garantisce il regolamento delle transazioni in tempo reale.

La funzione di settlement viene eseguita da un nodo centrale gestito congiuntamente dai Paesi aderenti e supervisionato dall’African Export-Import Bank, con meccanismi di compensazione bilaterale e gestione del rischio valutario stabiliti attraverso accordi multilaterali. I vantaggi sono molteplici: riduzione del fabbisogno di dollari nelle riserve valutarie, maggiore prevedibilità nei flussi di cassa aziendali, minor esposizione ai rischi di cambio e – non da ultimo – stimolo diretto al commercio intra-africano. È un’infrastruttura che, pur con le sue complessità, permette agli operatori economici di muoversi in un ambiente più stabile, meno dipendente da fluttuazioni esterne e più favorevole alla pianificazione finanziaria a medio termine.

Inoltre, la standardizzazione tecnica dei protocolli di pagamento potrebbe agevolare la nascita di circuiti commerciali regionali verticalizzati, favorendo filiere industriali interconnesse e alcuni settori strategici come l’agroalimentare, il tessile e i prodotti farmaceutici potrebbero trarre beneficio da un sistema che consente pagamenti rapidi e regolati in moneta locale, evitando strozzature valutarie. Questo approccio riduce anche la vulnerabilità agli shock esterni, ad esempio, l’oscillazione del dollaro o il rialzo dei tassi della Federal Reserve che spesso scaricano i loro effetti negativi sulle economie emergenti.

La sfida geopolitica: il ritorno di Trump e le pressioni USA

Nonostante il sistema PAPSS sia stato pensato come risposta a inefficienze interne, non si può ignorare il contesto geopolitico in cui questa riforma sta maturando. Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha riattivato una serie di dinamiche protezionistiche che includono la difesa esplicita del dollaro come perno centrale del commercio internazionale e in una dichiarazione pubblicata a gennaio 2025 su Truth, Trump ha avvertito che qualunque Paese tenti di indebolire il ruolo del dollaro sarà soggetto a dazi fino al 100% e a ritorsioni commerciali. Anche se queste minacce sembrano rivolte in primo luogo ai BRICS – con cui l’Africa collabora in modo crescente – il rischio di finire coinvolti in una guerra valutaria è concreto, ma l’iniziativa africana non può comunque essere equiparata agli sforzi più apertamente geopolitici di Cina o Russia.

Come ha chiarito Mike Ogbalu, CEO di PAPSS, l’obiettivo non è “dedollarizzare” il continente, ma affrontare un problema di base: l’impossibilità, per molte banche africane, di accedere a valute forti con continuità e a costi sostenibili. In quest’ottica, anche il sostegno dell’International Finance Corporation, che ha cominciato a erogare prestiti in valuta locale, rappresenta un chiaro segnale di fiducia in una riforma pensata per rafforzare la sovranità economica dei singoli Stati e ridurre l’impatto delle dinamiche finanziarie esterne sulle economie locali, senza però uscire dagli equilibri multilaterali.

È evidente, però, che la percezione conta quanto le intenzioni: anche se motivata da esigenze tecniche, la creazione di sistemi alternativi viene letta da Washington come minaccia al primato monetario USA e per questo, le prossime mosse africane dovranno bilanciare autonomia operativa e diplomazia economica, un equilibrio difficile, ma necessario, se si vuole evitare che una legittima riforma finanziaria venga strumentalizzata o bloccata da logiche geopolitiche esterne.

 Una sfida strategica per la credibilità dell’Africa

Il progetto PAPSS, se consolidato e adottato su scala più ampia, rappresenta molto più di una piattaforma tecnica: è il test di credibilità economica per un’intera regione. L’Africa ha spesso subito le conseguenze di decisioni prese altrove, adattandosi a meccanismi di governance economica imposti da organismi internazionali o agenzie multilaterali, ma con PAPSS, per la prima volta, si costruisce un’infrastruttura autonoma, sviluppata internamente, che cerca di rispondere a esigenze proprie e non più solo a vincoli esterni.

Ad ogni modo, il successo di questo sistema dipenderà da molte variabili: il grado di interoperabilità tra i sistemi bancari nazionali, l’efficienza delle banche centrali coinvolte, la capacità di gestione delle compensazioni, l’adozione da parte del settore privato e – soprattutto – la fiducia degli attori economici nella stabilità delle valute locali. Un rischio, in effetti, esiste: se non accompagnata da riforme macroeconomiche, la sostituzione del dollaro con valute locali potrebbe esporre alcuni Paesi a nuove forme di instabilità; serve quindi una strategia coerente che includa politiche monetarie più coordinate, una gestione prudente dei tassi di cambio e un quadro normativo comune che protegga gli operatori dai rischi.

Ma è indubbio che è possibile considerare questa fase come una finestra di opportunità: l’Africa può trasformare un vincolo storico – la dipendenza valutaria – in una leva di sviluppo economico, ma per farlo occorre pragmatismo, rigore e una governance trasparente. PAPSS, in sé, non è la soluzione definitiva, ma può essere il catalizzatore di un nuovo approccio alla cooperazione economica continentale: uno che parte dal basso, si costruisce con strumenti propri e punta a una sovranità che non è chiusura, ma capacità di decidere secondo priorità interne.

In un panorama globale in rapido mutamento, questa potrebbe rivelarsi la mossa strategica più importante del prossimo decennio per il continente africano, e in questa direzione, la responsabilità ricade non solo sulle istituzioni ma anche sulla comunità internazionale, che dovrà scegliere se ostacolare o accompagnare questa evoluzione con strumenti di cooperazione più equi, più stabili e soprattutto meno condizionati da vecchie logiche egemoniche.