Lo scorso 7 luglio, nel corso del summit dell’Unione Africana a Niamey, ha avuto luogo un evento di portata storica per l’intero continente. Con la firma di Benin e Nigeria, infatti, entra nella sua fase operativa l’African Continental Free Trade Agreement, l’accordo per il libero scambio. Un documento che sancisce la nascita di un mercato comune di dimensioni immense, con l’esplicito scopo di smarcarsi dall’influenza post-coloniale europea e da quella, sempre più invadente, della Cina.

Un lungo cammino

Il percorso che ha portato alla nascita dell’Afcfta ha avuto inizio già negli anni Sessanta, con la fondazione dell’Organizzazione d’Unità Africana. Questo ente, progenitore dell’Unione Africana, è stato il responsabile della stesura del Piano di Azione di Lagos, che già nel 1980 sottolineava la necessità di creare una comunità economica che raccogliesse tutti i Paesi africani, con l’esplicito scopo di creare un mercato unico, una banca centrale e una valuta accettata ovunque nel continente. Dal pensiero puramente teorico all’azione, si sa, il passo è notoriamente lungo, i questo caso reso ancora più complesso dall’esistenza di otto aree economiche ben distinte (che, tuttavia, continueranno ad esistere in parallelo all’Afcfta). Ed è solo nel 2012, ad Addis Abeba, che si stabilisce di fondare una vera e propria zona di libero scambio africana, poi concretizzatasi nel marzo del 2018 a Kigali, in Ruanda, con la firma di 44 Paesi (alcuni dei quali impegnati anche nella creazione di un Passaporto interafricano, previsto per il 2022) e l’illustre eccezione di Nigeria e Sudafrica, le due maggiori economie continentali (il secondo aderirà però poco dopo, nel luglio dello stesso anno). Nel corso dei mesi successivi il trattato verrà firmato da altre otto nazioni, con la sola eccezione di Benin, Nigeria, ed Eritrea: ed è a questo punto che arriviamo ai giorni nostri, con la conferenza di Niamey appena conclusasi.

La fine delle ultime resistenze “nazionali”

Con i suoi 200 milioni di abitanti, la Nigeria è il Paese più popoloso dell’Africa. Ne è anche la principale forza economica e possiede più del 17% del Pil dell’intero continente. Una posizione di forza che ha reso da subito il governo di Abuja un peso non indifferente sulla bilancia dell’intero accordo, e la cui assenza all’interno di quest’ultimo è stata per molto tempo motivata come “necessaria a salvaguardare le imprese locali nigeriane”, per usare le parole del presidente Muhammadu Buhari. Soltanto il dietrofront del Sudafrica, che dopo aver assunto posizioni simili si è infine lasciato convincere a firmare, ha iniziato a convincere l’opinione pubblica del Paese, nonché i suoi uomini di potere, a tornare sui propri passi. Con l’ingresso della Nigeria e del Benin, anch’esso aderente a Niamey, manca solo l’Eritrea, inizialmente esclusa a causa del veto etiope (ritirato in seguito alla cessazione delle ostilità dei due Paesi esattamente un anno fa, il 9 luglio 2018) ma recentemente interessatasi a entrare nel grande patto continentale.

Un cavallo di Troia per Occidente e Cina?

Ma cosa prevede concretamente questo accordo? In generale, l’intenzione di leader e ministri dell’economia è quella di agevolare il commercio interafricano (oggi pari al 15%, un dato deprimente se comparato al 67% europeo o al 61% asiatico), abbattendo l’onerosa dipendenza dalle superpotenze occidentali e dalla Cina. Per questo, si prevede un’eliminazione delle tariffe doganali sulla gran parte dei settori economici,ad eccezione di un 10% ritenuto “particolarmente vulnerabile” o fondamentale per gli interessi dei singoli Stati. Si stima che, grazie all’Afcfta, nel 2022 gli scambi tra i Paesi dell’Africa potrebbero aumentare del 50% rispetto a dieci anni prima, ma la situazione resta in qualche modo precaria e subordinata al soddisfacimento di alcuni criteri, come quello della mancanza di infrastrutture soddisfacenti o la persistente piaga della disoccupazione, che di fatto impediscono una svolta concreta all’ambizioso progetto. Un altro fattore chiave è quello della definizione di ciò che è da considerarsi “africano” e ciò che non lo è: a causa degli accordi bilaterali di Ue e Cina con molte delle nazioni coinvolte, infatti, numerosi prodotti esteri (alimentari, chimici, agricoli) rischiano di risultare di fatto equiparati ai loro equivalenti autoctoni, potendo beneficiare così di una libera circolazione che non farebbe altro che aumentarne ancora di più la diffusione, di fatto vanificando gli sforzi dei promotori dell’Area comune. Per queste ragioni, la cosiddetta “Rule of Origin”, entrata in vigore lo scorso weekend a Niamey come parte della “Fase 1” operativa dell’accordo ma di fatto ancora in via di definizione, diventa un fattore chiave che può determinare l’andamento dell’intera operazione, nel bene e nel male. Con questo passaporto che garantisce l’autenticità dei singoli prodotti, l’Africa potrebbe andare lontano, pur restando “a casa”. Ma sarà realmente possibile?