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Il movimento talebano, vinte le due battaglie più importanti – la cattura di Kabul e il soffocamento della resistenza nel Panjshir –, sta cominciando a focalizzare risorse, sforzi e attenzione sui fascicoli che contano, come l’istituzionalizzazione del proprio pensiero, la formazione di un governo accettabile agli occhi del mondo – o, comunque, ad una parte di esso – e l’elaborazione di politiche efficaci ed efficienti in materia di commercio, economia, esteri, finanza e investimenti.

Guidati dall’obiettivo di ottenere legittimità e riconoscimento da parte dei principali giocatori dell’Eurasia, dalla Cina alla Turchia, gli studiosi del Corano stanno curando il confezionamento e l’invio di messaggi scrupolosamente personalizzati ad ognuno di loro. Messaggi chiaramente disegnati per andare incontro ai gusti, alle esigenze (e ai timori) dei loro potenziali partner, come evidenzia lapalissianamente il loro contenuto: investimenti in infrastrutture e settori strategici se il destinatario è Pechino, fratellanza islamica se Ankara, sicurezza regionale se Mosca.

Tra i messaggi più eloquenti e carichi di significato che i talebani hanno sinora inviato all’esterno, e che pare destinato a più riceventi, uno risalta in maniera particolare: la volontà di emancipare il loro commercio con l’estero dalla dollarocrazia.

La lotta contro il dollaro

Il dollaro continua ad essere la valuta di riserva mondiale, nonché la moneta più utilizzata nelle transazioni internazionali, ma quel suo status di dominanza globale stabilito in quel di Bretton Woods è crescentemente minacciato da un processo di obsolescenza e deperimento, dovuto a ragioni fisiologiche, e da un movimento di delegittimazione sorto nell’Eurafrasia profonda.

Russia e Cina sono i principali patrocinatori di una riscrittura ex novo del sistema internazionale, la cui architettura di ispirazione liberale vorrebbero trasformare e la cui sottomissione alla dollarocrazia vorrebbero abolire. La loro causa, antiamericana nei mezzi e multipolare nei fini, negli anni recenti ha ottenuto il supporto di alcune delle più importanti grandi potenze del domani, specialmente negli ambiti della dedollarizzazione e dello sganciamento dallo SWIFT. Potenze come l’India, la Turchia e il Pakistan, che all’utilizzo del dollaro nelle transazioni con l’estero vanno preferendo in maniera sempre maggiore la propria valuta. E l’Afghanistan, che fino ad oggi è stato ancorato al resto del mondo dall’utilizzo del dollaro statunitense, nel prossimo futuro potrebbe unirsi alla lotta contro la dollarocrazia.

Commercio in dollari?

L’Emirato islamico dell’Afghanistan, secondo quanto dichiarato recentemente dal movimento talebano, nel prossimo futuro potrebbe diventare un membro di quel blocco geopolitico (e geoeconomico) in espansione che, trainato dalla forza dirompente dell’asse Mosca-Pechino, sta poco a poco riscrivendo il modus commerciandi dei popoli e degli stati del supercontinente eurafrasiatico.

La notizia, svelata ufficialmente il 12 settembre, era nell’aria da qualche tempo – e l’avventata decisione dell’amministrazione Biden di congelare le riserve governative afghane depositate negli Stati Uniti ha senz’altro contribuito – ed era stata preceduta da un annuncio di Islamabad relativo al prossimo avvio degli scambi bilaterali con Kabul nelle rispettive valute nazionali.

Perché la decisione dei talebani di commerciare con il resto del mondo in afghani anziché in dollari vada interpretata (anche) in termini politici, oltre che economici – la volontà di rafforzare la valuta nazionale e mitigare la crisi in corso –, è già stato scritto: la dedollarizzazione è uno dei cavalli di battaglia delle forze del multipolarismo, in primis Russia e Cina, e costituisce un danno diretto, immediato e incisivo all’immagine e all’egemonia degli Stati Uniti.

Che le relazioni tra Kabul e Washington non sarebbero state facili, comunque, era più che intuibile. Furono gli Stati Uniti ad invadere l’Afghanistan nel 2001, determinando la fine del primo Emirato islamico del mullah Omar, da qui il profondo livore serbato dagli studiosi del Corano nei loro confronti. Un livore destinato a perdurare nel tempo e, con elevata probabilità, a prevalere sulle episodiche convergenze di interessi – come la lotta all’ISIS-K o l’infastidimento dell’Iran.

Le incognite della dedollarizzazione

L’adesione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan al movimento per la dedollarizzazione, una mossa quasi certamente concordata con il Pakistan – a sua volta legato alla Cina, della quale è più che un semplice satellite (una potenza nucleare non può essere vassallizzata) –, non è priva di ostacoli e non è dato sapere come, quando e quanto si manifesterà.

I talebani, innanzitutto, debbono evitare che la multinazione imploda a causa dell’endemizzazione dell’indigenza, della cronicizzazione del sottosviluppo e della proliferazione di disordini e insurgenze. In secondo luogo, abbisognano di economisti che sappiano guidare la transizione, gestire in maniera strategica la valuta nazionale e portare avanti un interscambio commerciale arricchente per Kabul. Non è ancora noto, poi, quali beni verranno venduti in afghani (tutti o soltanto le risorse naturali?) e quale modello di dedollarizzazione hanno in mente questi statisti alle prime armi – esistendone diversi, da quello sino-russo a quello dei BRICS, passando per quello pakistano e quello degli –stan postsovietici.

Una cosa, comunque, è più che certa: se i talebani dovessero effettivamente portare a compimento il proposito di sottrarre l’Afghanistan all’egemonia del dollaro statunitense, il loro posizionamento geopolitico, che attualmente pare orientato verso Oriente – dove per Oriente si intendono il blocco sino-russo ed i suoi alleati e satelliti –, potrebbe divenire più chiaro e solido, indi più difficile da manipolare attraverso abili stratagemmi.

Perché i talebani cercano collaboratori, non padroni, hanno sete di arricchimento, non di svendita al miglior offerente, e hanno aspirazioni di grandezza, non di irrivelanza, e la voglia di emancipazione dal dollaro potrebbe essere letta e inquadrata in questo contesto mescolante ricerca di prosperità e volontà di contribuire alla causa della Grande Eurasia. Saranno soltanto i fatti successivi, ad ogni modo, a dare ragione o a smentire questa interpretazione degli eventi; perché non si dimentichi mai che il Grande Gioco per l’Afghanistan e l’Asia centrale è ed è sempre stato, sin dai primordi, un focolare di sorprese.