Per analizzare le motivazioni alla base delle proteste di Hong Kong c’è una chiave di lettura fin qui trascurata e che riguarda le condizioni di vita della maggior parte della popolazione dell’ex colonia britannica. Agli occhi del mondo occidentale Hong Kong è descritta come una città piena di opportunità, ricca e all’avanguardia. Il problema è che una simile descrizione è vera solo per una piccola parte dei circa 7,3 milioni di hongkonghesi stipati in poco più di 1.000 chilometri quadrati. Dagli ultimi dati ufficiali diffusi il Pil dell’isola è cresciuto del 3% nel corso del 2018, arrivando a toccare il valore di 362,4 miliardi di dollari, mentre il Pil pro capite, sempre nello stesso anno, ha superato i 48.000, contro i neanche 9.000 registrati in Cina. Scavando più in profondità si notano però evidenti contraddizioni economiche, le stesse che avrebbero spinto la maggior parte dei cittadini a scendere in strada e prender parte alle proteste contro il sistema politico cinese.

Costi alle stelle

Il problema principale di Hong Kong è l’altissimo costo delle abitazioni. Da queste parti, infatti, gli affitti superano in scioltezza quelli di New York, Londra e San Francisco, con l’unica differenza che il costo è riferito ad appartamenti grandi la metà. I prezzi delle case sono alle stelle e, come fa notare il New York Times, il valore medio di una casa è più che triplicato nell’ultimo decennio, superando di ben 20 volte il reddito medio annuale di una famiglia. Se vivere in affitto è diventato proibitivo, figuriamoci diventare proprietario di un immobile. Il prezzo medio di una casa a Hong Kong, infatti, è di circa 1,2 milioni di dollari; una cifra folle sia per l’alta domanda sia, soprattutto, per la scarsa offerta visto il poco spazio su cui si estende la città. Negli anni scorsi un appartamento di appena 15 mila metri quadrati è stato venduto per l’equivalente di poco più 500.000 dollari; un posto auto di 18 per 920.000 e una casa di 100 a Kowloon per 4,2 milioni.

Popolazione allo stremo

Pochi riescono a restare a galla in un contesto estremamente complicato, dove addirittura una persona su cinque vive in stato di povertà, potendo contare su un salario minimo di appena 4.82 dollari all’ora. Come detto, una casa costa all’incirca 20 volte il reddito annuo di una famiglia e per questo ci sono 210 mila cittadini costretti a vivere in delle vere e proprie celle ottenute dividendo quelli che dovrebbero essere normali appartamenti; gabbie che misurano anche 9 metri quadrati e in cui possono arrivare ad abitare nuclei di tre o più persone. Questi cittadini accusano il governo di applicare politiche destinate a far aumentare il prezzo delle abitazioni, perché l’amministrazione riceve denaro sonante ogni volta che vende terreni agli agenti immobiliari. Dal momento che i prezzi sono già alti, gli investitori faranno di tutto per creare appartamenti sempre più lussuosi, a discapito di case abbordabili per la fascia medio-bassa della popolazione.

Protestare per cambiare il sistema

In piazza ci sono molti manifestanti che odiano la Cina, il suo sistema politico e vogliono difendere a tutti i costi l’indipendenza di Hong Kong, ma potrebbero essere solo una sparuta minoranza. La maggior parte dei cittadini protesta perché teme che la situazione economica della città possa peggiorare per loro e i loro figli. I più giovani non sanno a chi rivolgersi, quindi hanno scelto di imbracciare la protesta contro la Cina come pretesto per sfogare la loro rabbia e colpire il sistema che fin qui ha tenuto in piedi Hong Kong. Per uscire dall’impasse, le autorità dovrebbero pensare a come diminuire il gap tra ricchi e poveri più che ritirare il disegno di legge sull’estradizione.

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