Nella visione strategia a lungo termine della Francia costruita dal suo governo, Emmanuel Macron punta a rafforzare il ruolo del complesso militare di deterrenza nucleare, la cosiddetta force de frappe, di caposaldo degli interessi nazionali di Parigi.

Sulla scia di un consenso che unisce tanto l’opinione pubblica, stando ai più recenti sondaggi favorevole al 61% al mantenimento del deterrente nucleare, quanto i vertici politico-militari di Parigi, Macron ha sinora condotto una politica rigorosamente ortodossa nei confronti della force de frappe, che nel prossimo decennio verrà ulteriormente sviluppata nel contesto dell’ampio piano di ammodernamento del dispositivo militare francese.

Lo stato attuale della force de frappe

Sviluppato con decisione a partire dall’ascesa di Charles de Gaulle alla presidenza nel 1958 e perno della via francese all’autonomia strategica perseguita da Parigi nella seconda metà del XX secolo, nel 2008 il deterrente nucleare è stato definito da Nicolas Sarkozy, in maniera efficace, come “l’assicurazione sulla vita della nostra nazione”. Come riporta Lo Spiegonein un libro bianco del 1994 la Francia ha definito le fattispecie in cui le forze armate sono autorizzate all’impiego del dispositivo atomico per “difendere gli interessi vitali del Paese”, ritenute coincidenti con “l’integrità del territorio nazionale, l’esercizio della sovranità, la difesa della popolazione”.

Attualmente, la force de frappe è imperniata sulle componenti aerea e navale. La prima consta di 54  missili aria-terra ASMPA (air-sol de moyenne portée améliorée) trasportabili dai caccia Mirage e Rafale, mentre la seconda ha la sua spina dorsale nei 48 missili imbarcati su 4 sottomarini della classe Triumphant, sufficienti a garantire alla Francia la “deterrenza continua via mare, ossia la capacità di avere forze marine nucleari dispiegabili in un qualunque momento.

Su questo scenario Emmanuel Macron ha deciso di operare, muovendosi sul solco della continuità con l’obiettivo di preservare la continuità degli obiettivi dell’arsenale nucleare della sua nazione, terzo al mondo per dimensione dopo i colossi russi e statunitensi.

La strategia nucleare di Macron

Confermando le sue affermazioni della campagna elettorale, Macron ha scritto, nella prefazione al piano di revisione strategica pubblicata nell’autunno 2017: “Ho deciso di mantenere la nostra strategia di dissuasione nucleare e il rinnovamento delle sue due componenti [perché] sono la garanzia ultima dei nostri interessi vitali, della nostra indipendenza e, più in generale, della nostra libertà di decisione”.

Nell’era dell’instabilità permanente la Francia, dunque, punta buona parte delle sue carte sulla force de frappe e, nella visione di Macron, la eleva a asset di primaria importanza per l’ottenimento delle credenziali di grande potenza. Questa visione è condivisa, tra gli altri, non solo dal problematico regime nordcoreano, ma anche da Russia e Stati Uniti, impegnati in un rinnovamento dei rispettivi deterrenti nucleari e delle proprie dottrine strategiche.

L’interoperatività tra la forza oceanica, protezione vitale da qualsiasi sorpresa strategica, e la componente aerea, centrale alla dissuasione, è al centro dei grandi programmi di rinnovamento che, come scrive Olivier Kempf su Limes, “beneficiano di un’attenzione finanziaria particolare nella legge di potenziamento militare, con un aumento dei fondi da 3,9 miliardi di euro nel 2017 a 6 miliardi nel 2025. In totale, fra 2019 e 2025 alla dissuasione saranno dedicati 37 miliardi”.

I dividendi geopolitici del deterrente atomico

L’ortodossia nucleare, insomma, non si tocca, e per Macron è centrale nel suo programma internazionale, che presuppone per la Francia un ruolo da potenza di altissimo livello internazionale. Macron ha sviluppato una strategia a tutto campo, che in Italia non cessiamo di subire con forza, in cui però al realismo e alla programmazione sembrano essere preferite la forma e l’ostentazione. Macron ambisce ad essere ovunque, a esercitare influenza in ogni scenario, come dimostrato dalla sua politica mediorientale che confonde il tavolo libanese e  il groviglio siriano con il trasversale asse tra la Francia e l’Arabia Saudita.

Questa strategia, o presunta tale, unisce a un forte avventurismo, che in Italia non cessiamo di subire, un’attenzione notevole per la percezione dei rapporti di forza. In questo contesto, la force de frappe è vitale per i progetti, o perlomeno le immaginazioni, di Macron. Principale asset strategico della Francia, essa cela il reale rango di potenza di Parigi e garantisce al suo leader l’unico appiglio reale al tavolo dei grandi, permettendo anche a lui, giovane borghese di Amiens, di potersi atteggiare, ogni tanto, a novello de Gaulle. Il fatto che in questo contesto la sostanza ceda una volta di più alla forma è, nel contesto della velleitaria geopolitica di Parigi, quasi irrilevante.

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