La recente paura legata ad un possibile incremento dell’epidemia del Coronavirus abbinato a ulteriori elementi di instabilità mondiale potrebbero rivelarsi catastrofici per il mercato del petrolio, secondo quanto analizzato da alcuni economisti dell’agenzia di rating Moody’s e secondo l’esperto di idrocarburi Gaurav Sharma su Forbes. In questo scenario, le possibilità che il prezzo del petrolio sprofondi sotto i 30 dollari al barile sono tutt’altro che remote, considerando una serie di fattori che con ogni probabilità porteranno all’instabilità della filiera e con le proiezioni dello scorso anno che si possono considerare completamente stravolte.

E nonostante i tentativi dell’Opec+ di limitare i danni, il prezzo del greggio è destinato comunque a cadere a picco nei prossimi mesi, in uno shock peggiore di quello vissuto dal comparto nel 2016 e che portò ad una ristrutturazione dell’organizzazione Opec. In quell’occasione però si era trattato di una crisi dovuta ad un’eccessiva offerta e causata dalla sovrapproduzione di scisto americana; in questo caso, per risolvere la questione non sarà sufficiente sedersi attorno ad un tavolo per discutere la produzione giornaliera di petrolio.

In primo luogo la Cina provocherà, suo malgrado, l’impatto più importante sul mercato del petrolio, non potendo rispettare le proiezioni di richiesta del prodotto greggio che l’industria si attendeva a causa della crisi che sta attraversando per il coronavirus. Oltre alla domanda cinese, anche quella dell’India potrebbe subire un dimezzamento della crescita, a causa dei crescenti danni ambientali che stanno obbligando il presidente Narendra Modi ad invertire la rotta e spingersi su fonti alternative. In questo modo, la filiera del petrolio perde la propria spinta derivante dai due giganti asiatici: una certezza nei consumi degli ultimi anni.

La crisi dovuta al rischio pandemia da coronavirus si riflette però anche sul segmento del turismo e, di conseguenza, sul comparto dei trasporti. I principali carburanti per i velivoli hanno subito dall’inizio dell’anno un taglio del 30% del proprio valore a causa del crollo della domanda dovuto in parte al blocco dei voli su Pechino ed in parte allo scemato interesse per i viaggi turistici nel 2020. Concorrendo a loro volta nel calo della domanda per l’approvvigionamento di greggio da parte dei produttori di combustibili finiti.

Terzo fattore – e terza conseguenza della pandemia – è invece dato dalle diatribe interne all’organizzazione dei 24 Paesi aderenti all’Opec+. Nonostante gli incontri e nonostante le estenuanti trattative, i rappresentanti dei Paesi aderenti non sono riusciti a giungere all’accordo relativo al taglio produttivo di 600mila barili al giorno e che avrebbe permesso una stabilizzazione dei prezzi. Ed in questa situazione, lo scenario che ci trova di fronte è quello di una folle corsa incontrollata verso il deprezzamento del greggio, in grado di toccare i minimi degli ultimi anni; in una situazione quasi ironica se si pensa che le tensioni in Medio oriente di inizio anno, dovute all’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, sembrano eventi ormai completamente dimenticati.

In generale, tra i fattori che potrebbero portare a un ulteriore crollo del prezzo del petrolio, non si può non considerare un calo effettivo globale della domanda. Non solo la Cina e l’India, ma in generale anche il mondo industrializzato sta lentamente virando verso fonti alternative, come nel caso dell’Europa con il suo Green Deal. E nonostante al momento si tratti più che altro di bozze di progetto che diventeranno importanti soltanto a distanza di anni – che in assenza del fattore pandemico sarebbe rimaste marginali – adesso non possono più essere sottovalutate. Un elemento che, unito all’aumento dell’offerta, non può che essere fondamentale per comprendere la complessiva discesa del prezzo. Il fatto inoltre che negli Stati Uniti l’impresa privata che lavora con lo scisto continuerebbe a guadagnare anche con un prezzo attorno ai 35$ al barile spingerà a non arrestare le produzioni americane, contribuendo ad un surplus al quale il mercato non riuscirà a far fronte.

In sintesi, il 2020 non promette nulla di buono per gli operatori mondiali del petrolio e sebbene le stime proposte siano decisamente catastrofiche, i danni che causerebbe al comparto anche un deprezzamento minore sono decisamente elevati e non vanno assolutamente sottovalutati. Soprattutto, in quanto seguirebbe la contrazione della crescita mondiale, che per il primo trimestre del 2020 è attesa ai minimi storici; confermando ancora una volta come il nuovo decennio sia tutt’altro che incominciato nel modo più promettente possibile.