La guerra tra Russia e Ucraina è stata narrata finora in maniera molto eterogenea: “guerra civile” tra due popoli fratelli, guerra ibrida tra Mosca e l’Occidente, addirittura guerra di religione. Meno come guerra per risorse o materie prime, dato che sul fronte minerario quel poco che l’Ucraina produce (di fatto carbone) è già in mano russa via Donbass. Ma le ultime settimane e il boom dei prezzi delle materie prime alimentari hanno mostrato che c’è una risorsa contesa per cui le nazioni si stanno dando battaglia: il grano.

Perché il grano è un asset strategico

Di fronte a un prezzo del grano che sfiora i 500 dollari per tonnellata ed è praticamente raddoppiato da inizio anno, di fronte a una situazione di blocco del porto di Odessa che con le sue esportazioni sfama 400 milioni di persone e con la prospettiva di una crisi alimentare globale che incombe la partita per il grano assume valenza strategica.

E la battaglia del grano si unisce alla battaglia per l’acqua e le fonti idriche strategiche. Una sfida che ha valenza multidimensionale. Avevamo visto, allo scoppio del conflitto, l’importanza che per la Russia assumeva l’opzione di controllare la diagonale Kherson-Kharkiv così da mettere al sicuro le fonti idriche per Donbass e Crimea.



A questa necessità, la prospettiva di una disconnessione economica tra Russia e Occidente, l’incombenza di una crisi finanziaria globale e la necessità di Mosca di una crescente autarchia strategica hanno aggiunto un’ulteriore fonte di stimoli operativi per le manovre in Ucraina. Partita che ha al centro il controllo della terra più fertile e del fiume più strategico del Paese: il bacino del Dnepr che insiste attorno al fiume che con il suo corso spacca a metà l’Ucraina.

Del resto, la radice stessa della storia della Russia, nota Il Foglio, “scorre lungo il Dnepr” un fiume che, attraversando le pianure ucraine per raggiungere il Mar Nero, è oggi una faglia d’Europa. Per molti analisti obiettivo ultimo delle truppe di Vladimir Putin. A cui obiettivi strategici come la futura sovranità alimentare della Russia e il potenziamento di Mosca come superpotenza del mercato del grano globale cominciano a interessare apertamente in ottica di consolidamento del posizionamento economico e geopolitico del Paese. E controllare parte delle fertili pianure d’Ucraina, “granaio d’Europa”, e lo strategico porto di Odessa, appare in quest’ottica vitale.

La guerra dell’acqua

La grande strategia russa per competere nella “battaglia” del grano, prosegue il quotidiano di Via del Tritone, “si basa su una contrapposizione storica con gli Stati Uniti, ma non su base strettamente politica, bensì come risultato di una competizione economica di sistemi geofisici con radici nel Diciannovesimo secolo”. Nell’Ottocento fu il braccio di ferro tra il sistema del grano americano e canadese e quello della Russia zarista a causare una vera e propria situazione di shock, una crisi che tra il 1873 e il 1895 manifestò come una forte eccedenza di offerta sulla domanda, ovvero un aumento della produzione non sostenuto da un’adeguata domanda, e a perturbare indirettamente le prospettive economiche del sistema russo da poco emancipatosi dalla servitù della gleba.

La conseguenza fu un crollo dei redditi reali del mondo agricolo russo prolungato negli anni che aprì la strada ai sommovimenti rivoluzionari accesisi nel 1905 e esplosi nel 1917. Da allora “la competizione con il colosso statunitense ha ossessionato i governanti russi, da quando il primo si è affermato come prima potenza agraria al mondo, superando di gran lunga la capacità del secondo, nonostante la maggiore estensione del paese”. Alla Russia manca ad ora il controllo l’equivalente del “sistema fluviale Missouri-Mississippi”, che “ospita il più grande sistema di canalizzazione del mondo, che coincide con il suo territorio più produttivo”.

L’idrografia della Russa è infatti segnata da una complessa geografia: il fiume più strategico è il Volga, che nei suoi oltre 3500 km di percorso nell’asse Nord-Sud fa capo a una complessa rete di canali, che consentono di raggiungere quasi ogni punto della Russia europea: il Canale Volga-Don e il Canale Mariinsk formano una via d’acqua continua navigabile che collega il Mar Bianco, il Mar Baltico, il Mar Caspio, il Mar d’Azov e il Mar Nero; la costruzione del canale Mosca-Volga ha inserito anche la città di Mosca in questa immensa rete navigabile. Minori i risultati, però, in termini di fertilità dei territori circostanti, complice la latitudine ben maggiore rispetta a quella del sistema idrico a stelle e strisce. C’è poi la complessa idrografia della Siberia. La Siberia è infatti una terra caratterizzata da una biodiversità molto complessa, incentrata su uno dei più grandi polmoni verdi della Terra (la foresta boreale denominata taiga) e intervallata da alcuni dei fiumi più lunghi del pianeta (Amur, Enisej, Ob, Lena e Irtys sono tutti lunghi tra 2.800 e 4.200 chilometri). che a loro volta tagliano in verticale la Russia. Sebbene diverse analisi di scenario ritengano possibile un’apertura della Siberia all’agricoltura in caso di riscaldamento globale incessante nei prossimi decenni, questo non è un dato realizzabile in pochi anni.

Il Dnepr, faglia di Russia

Da qui la valenza geostrategica del Dnepr, che coniuga ciò che alla Russia, “superpotenza” del grano manca per completare la sua influenza pressoché esclusiva sui mercati cerealicoli mondiali. Il combinato disposto tra una latitudine favorevole, una feritilità notevole dei terreni e l’accesso privilegiato via Dnepr a un mercato globale a cui Odessa fornirebbe la sponda operativa se fosse occupata dai russi segnala perché le fertili pianure dell’Ucraina, faglia e destino d’Europa, sono un obiettivo sensibile che la Russia intende dominare. Ancor più di città come Kiev, che presenta indubbiamente una rilevanza simbolica e politica, è su questo asse che Mosca premerà per esercitare pressioni o influenze.



“L’Ucraina”, chiosa Il Foglio, “fa della Russia una potenza agricola planetaria”. E chi controlla il mercato agricolo globale, in questa fase, ha un’influenza geostrategica fondamentale sui Paesi importatori in Africa e, soprattutto, Asia. “L’Ucraina è una chiave della potenza russa, a patto di esserne parte integrante, di esistere al suo servizio”: questo dato geostrategico è stato compreso apertamente fin dai tempi degli Zar, che in Ucraina misero a presidio i fedelissimi cosacchi; ne era conscio Pietro il Grande, lo capì la zarina Caterina edificatrice di Odessa; dopo una prima spinta autonomista verso Kiev lo comprese Lenin; con metodi spietati lo comprese Stalin, che usò con l’Holodomor, la terribile carestia del 1932-1933, la confisca dei prodotti agricoli e delle sementi come arma per piegare un’Ucraina ritenuta cavallo di Troia degli stranieri. Lo capisce anche Vladimir Putin. Il Dnepr, il fiume percorso nel IX secolo dai guerrieri variaghi che si stanziarono per fondare il Rus’ di Kiev, prima entità statuale nella regione, e sulle cui rotte è nata la storia della Russia moderna è importante anche per ragioni pragmatiche e strategiche. E il futuro controllo delle sue sponde sarà un dato decisivo per capire chi si sarà realmente imposto nella guerra d’Ucraina.

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