Gli accordi di libero scambio celano sempre un lato oscuro non semplice da scovare e il possibile trattato tra Unione europea e Tunisia possiede sicuramente questa caratteristica.

L’Unione europea, oltre ad essere un’area di libero scambio all’interno dei suoi confini, cerca di proiettare la propria forza commerciale anche verso i Paesi extra europei. È così che nasce la cosiddetta Politica europea di vicinato che regola i rapporti bilaterali tra Bruxelles e dieci Paesi dell’area mediterranea: Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia.

Un accordo di libero scambio con la Tunisia

L’obiettivo è dunque quello di regolare i flussi commerciali tra questi Paesi e l’Unione europea, istituzione figlia di una precisa impostazione economica, che ha scelto la via del libero scambio come unico principio di regolamentazione dei rapporti economici. L’abbattimento dei dazi, delle barriere tariffarie e di qualsiasi agevolazione pubblica alle aziende sono i principi che regolano la politica commerciale europea al di fuori dei propri confini. In questo contesto stanno procedendo spediti i negoziati tra Unione europea e Tunisia per la creazione di un’area di libero scambio.

L’accordo, denominato Aleca ( Accord de Libre Échange Complet et Approfondi) sarebbe così la concretizzazione del Partenariato privilegiato concesso da Bruxelles alla Tunisia a seguito della Primavera araba del 2011. Come sostegno politico ad un Paese in una difficile fase di transizione, l’Unione europea aveva infatti accordato al Paese nordafricano un regime agevolato dei dazi previsti per la merce in arrivo dalla Tunisia. Un primo passo verso quello che potrebbe poi essere l’Aleca, giunto alla terza ed ultima fase di negoziato lo scorso novembre 2018.

Tutti i rischi per l’Italia

Dal commercio dei prodotti agricoli e della pesca, alle regole sanitarie, passando per la commercializzazione dei servizi, l’Aleca si propone di riorganizzare la vita economica della Tunisia e dell’Unione europea, ma è chiaro che i Paesi più coinvolti da un’eventuale entrata in vigore di quest’accordo sono quelli che si affacciano sul mar Mediterraneo. E tra questi c’è soprattutto l’Italia che si contende da qualche anno il primato di partner commerciale della Tunisia con la Francia.

La creazione di un’area di libero scambio con Tunisi comporterebbe quindi per l’Italia l’eliminazione di qualsiasi barriera doganale e il rischio di dover concorrere alla produzione di determinati beni a condizioni decisamente sfavorevoli. A tal proposito la Coldiretti aveva già lanciato da tempo un allarme rispetto alle massicce importazioni di olio d’oliva tunisino in Italia, aumentate nel 2018 di ben quattro volte e favorite per l’appunto dall’accordo di Partnenariato privilegiato concesso dall’Unione europea.

Una concorrenza esercitata grazie a prezzi più bassi e alla parallela crisi che ha colpito il settore della produzione di olio italiano. Il virus della xylella ha infatti negli ultimi anni contribuito alla drastica riduzione della produzione nazionale. Nel 2018 la Puglia produceva il 56% di olio in meno rispetto all’anno prma, la Calabria il 70% in meno e la Basilicata addirittura l’85%. Risulta quindi chiaro come una zona di libero scambio con la Tunisia non possa far altro che accentuare il trend negativo dell’industria italiana, in un momento in cui gli stessi imprenditori del settore sostengono la necessità di un piano olivicolo nazionale e quindi di un intervento diretto dello Stato.

Un accordo dannoso anche per la Tunisia

Se l’Aleca rischia di danneggiare parte della produzione italiana, d’altra parte non sembra essere nemmeno troppo gradito alla controparte tunisina. I benefici di un export del settore oleario migliorato non potrebbero essere infatti compensati dal rischio di ingresso in un mercato altamente competitivo per un’economia che gode per larga parte di incentivi pubblici.

“Ma nel caso l’accordo venisse stipulato, questo capitolo sconvolgerebbe profondamente e irreversibilmente l’economia e le politiche pubbliche nazionali. Lo Stato rimane ancora il principale agente economico del paese e il primo acquirente. I mercati pubblici rappresentano circa il 18% dell’economia nazionale e quasi il 35% del budget dello stato”, scrive il giornalista tunisino Hafawa Rebhi in merito all’accordo.

Inoltre un altro problema sarebbe relativo alle modalità di regolazione dei contenziosi previsti dall’accordo. Come in tutti i più recenti accordi di libero scambio internazionali infatti, l’arbitrato non è più infatti solo prerogativa degli Stati, ma anche dei privati. Di conseguenza un’azienda potrebbe trascinare di fronte a un tribunale internazionale ad hoc lo Stato non rispettoso dei termini dell’accordo e farsi così risarcire per cifre milionarie. Come spesso accade le aree di libero scambio possono rappresentare un rischio soprattutto per gli attori economici più deboli, ovvero le piccole e medie imprese, di cui l’Italia è composta all’80%, favorendo d’altra parte soggetti più forti e competitivi.

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