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Il 2024 è stato un anno di profitti eccezionali per i più grandi operatori della finanza americana. Lo segnala il Financial Times riportando un’analisi realizzata da BankRegData, agenzia specializzata nell’analisi dei trend del mondo bancario. A dominare il mercato quattro operatori che, da soli, si spartiscono quasi metà bottino. Stiamo parlando delle Big Four: JPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo, messe assieme, contabilizzano 88 miliardi di dollari di profitti, il 44% del totale su un pool di circa 4mila istituti analizzati dall’agenzia su mandato del quotidiano della City di Londra.

I dati, che tengono in considerazione i primi tre trimestri, mostrano l’ampiezza della proiezione di pochi attori in un settore che, giocoforza, tende al consolidamento e alle economie di scala, specie in una fase in cui la leva degli alti tassi d’interesse è valsa per tutti, ma a differenziare i margini di profitto è stata o la capacità di scavare ben precise nicchie di mercato o di poter garantire servizi aggiuntivi ai semplici prestiti con una proiezione maggiore e crescente efficacia.

In tempi di grandi e crescenti necessità, soprattutto sul fronte delle competenze e degli investimenti tecnologici e securitari richiesti agli istituti, fare attività su scala tanto ampia e mettendo a profitto informazioni e capacità operative diventa un lusso per istituti con i conti in ordine e consolidati. Ragion per cui anche il profitto premia nella competizione un novero ridotto di banche, specie in un contesto altamente competitivo come quello Usa dove si è visto il caso del fallimento di Silicon Valley Bank solo lo scorso anno.

Il Ft nota come dal 44% si sale al 56% di profitti totali se il raggio d’azione è esteso a sette istituti, ovvero US Bank, PNC e Truist. 7 banche su oltre 4mila sono un campione a dir poco ridotto e che per il Ft possono far venire in mente solo un concetto: consolidamento. Infatti, nota la testata britannica che “gli Stati Uniti hanno un sistema bancario insolitamente frammentato, in gran parte perché il consolidamento è stato ritardato dalle restrizioni sulle attività bancarie interstatali, che sono state revocate solo negli Anni Ottanta”, mentre “la posizione dominante delle maggiori banche statunitensi ha alimentato le richieste di un maggiore consolidamento tra le banche più piccole per competere meglio”.

Notiamo, dunque, che le esigenze del mercato bancario Usa e di quello dell’Europa siano, sostanzialmente, simili quando si parla dei margini di profittabilità. In Europa il consolidamento è in atto, simboleggiato da manovre come l’incorporazione di Credit Suisse in Ubs e le mosse di Unicredit su Commerzbank, preceduto in Italia dal terremoto bancario del 2015-2016 e dall’Ops di Intesa San Paolo su Ubi. Competere di più tra meno attori, facendo meglio i processi più avanzati e sostenendo il capitale e i risparmi di fronte alle crisi è l’obiettivo dei grandi banchieri. Il punto di caduta qui è capire se a beneficiarne, in Europa e negli Usa, saranno anche i consumatori, in termini di migliori servizi o solo i bilanci delle banche, con utili in volo. Un’antica domanda la cui risposta sta nella responsabilità dei finanzieri di oggi.

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