Da quattro anni Cuba attraversa una crisi economica senza precedenti e che ha visto la popolazione affrontare aumento dei prezzi, carenza di cibo e medicine e un esodo ingente di cittadini.
“Il 1 marzo entrerà in vigore il provvedimento che aggiorna i prezzi al dettaglio del carburante”, ha affermato il ministro delle finanze e dei prezzi Vladimir Regueiro in un comunicato di febbraio di cui ha riportato la notizia il quotidiano Granma, il giornale ufficiale del Partito Comunista. Il prezzo di un litro di benzina è passato da 25 a 132 pesos cubani, vale a dire da 20 centesimi a 1,10 dollari, quindi un aumento del 528%. Solo per i professionisti del settore dei trasporti il prezzo è rimasto invariato. È aumentato anche il prezzo dell’elettricità del 25% e del gas da cucina. Lo scopo di queste misure, annunciate a dicembre, è quello di ridurre il deficit pubblico. L’aumento del prezzo della benzina era infatti previsto per l’1 febbraio, ritardato a causa di un “problema di sicurezza dei sistemi informatici”, e il suo annuncio aveva causato un aumento dell’affluenza alle stazioni di servizio cubane già alla fine di gennaio. Nel mese di dicembre il governo aveva dichiarato l’impossibilità di vendere la benzina a prezzi sovvenzionati a causa della svalutazione della moneta del Paese, sottoposto all’embargo statunitense. Tra le cause non va trascurata la carenza dei combustibili causata dal loro mancato invio da parte di alleati storici come Venezuela e Russia.
Quella che è stata definita la peggiore crisi economica degli ultimi trent’anni è una conseguenza di vari fattori, dalla pandemia, all’aumento delle sanzioni statunitensi e alla debole struttura dell’economia centralizzata. Nel 2023 il pil si sia ridotto del 2% e l’inflazione ha raggiunto il 30%. Il ministero delle Finanze e dei Prezzi ha infatti dichiarato che queste misure mirano a “rettificare un insieme di distorsioni presenti nell’economia”. Adeguamenti che sono stati ritenuti necessari a causa dell’aumento globale dei prezzi dei carburanti, ma che hanno peggiorato una condizione già difficile per la popolazione che viveva già una grave crisi economica.
Il 4 marzo il governo di Cuba ha chiesto per la prima volta aiuto al Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite a causa della difficoltà di fornire latte per i bambini sotto i sette anni, ottenendo l’invio di emergenza di 144 tonnellate di latte in polvere. Precedentemente era già stato comunicato il possesso di scorte necessarie per garantire la produzione di 700 tonnellate di pane per le famiglie a basso reddito fino alla fine di marzo. Pane e latte per i bambini cono componenti importanti del sistema delle “tessere annonarie” di Cuba, introdotte dopo la rivoluzione di Fidel Castro nel 1959 per fornire i beni di prima necessità sovvenzionati.
Dal 7 marzo, invece, al fine di evitare persistenti blackout, è stato tenuto spento il 74% dell’illuminazione pubblica, secondo un annuncio del ministro dell’Energia e delle Miniere, Vicente de la O Levy, che ha annunciato anche la chiusura di molti servizi stradali, la modifica degli orari di quasi 70mila lavoratori e la disattivazione degli impianti di climatizzazione nonostante il caldo. La mancanza di elettricità ha causato non poche difficoltà, dovute anche all’impossibilità di conservare correttamente i cibi nei frigoriferi, ad esempio, in un periodo in cui la temperatura arriva anche a 30 gradi.
Scarseggiano anche le medicine e molti sono stati costretti a rivolgersi al mercato nero per i farmaci poiché le autorità sanitarie non sono più in grado di garantirle neanche ai pazienti affetti da malattie croniche.
Il grande esodo
Una conseguenza problematica della crisi è il numero sempre maggiore di cubani che emigra all’estero, che ha generato quello che è stato già definito il più grande esodo dalla rivoluzione castrista. Infatti, secondo i numeri ufficiali del governo degli Stati Uniti, una delle mete più comuni, tra il 2022 e il 2023 hanno lasciato Cuba almeno 533mila persone, circa il 5% della popolazione, che conta 11 milioni di abitanti. Si sommano anche 37mila cittadini che hanno chiesto rifugio in Messico e 22mila in Uruguay. Anche il Nicaragua è stata una meta molto ricercata in questi anni, a maggior ragione dopo l’abolizione del visto per i cubani, anche se non esistono dati ufficiali. La maggior parte degli emigrati sono giovani in età lavorativa, il che incrina i già presenti squilibri sociali del Paese.
Gli errori di Alejandro Gil
Recentemente, le autorità cubane hanno dichiarato che sono in corso indagini sul ministro dell’Economia Alejandro Gil Fernández, licenziato dal presidente Miguel Diaz-Canel a febbraio, a causa dei “gravi errori” commessi durante il suo precedente ruolo.
Gil aveva infatti guidato un’importante riforma monetaria a Cuba nel 2021, considerata disastrosa per l’economia cubana e che potrebbe aver complicato notevolmente la situazione di crisi attualmente in corso.
Il piano, impopolare già al momento della sua applicazione, prevedeva l’aumento dei prezzi di molti servizi sovvenzionati dal governo, come benzina, elettricità e gas, causando un aumento delle tensioni durante un periodo già caratterizzato da un’inflazione incalzante. I media statali hanno annunciato che Gil ha riconosciuto le accuse e che ha rinunciato al suo status di membro del Comitato Centrale del Partito Comunista e di deputato dell’Assemblea nazionale.
Gil è stato accusato di essere “un corrotto, simulatore, e insensibile” alle difficoltà del popolo cubano. Le misure in atto, infatti, dimostrano il fallimento delle politiche economiche dell’ex ministro. L’opposizione anticastrista sostiene che Gil sia solo un capro espiatorio, ciò non toglie che la sorte del Paese al momento è legata anche all’incapacità del governo di attuare piani atti a stabilizzare la macroeconomia.
Le possibilità di porre fine all’embargo
La crisi che sta attraversando il Paese, per qualcuno, è causata in gran parte dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, esacerbate dalla pandemia e dai pochi sforzi di ristrutturazione dell’economia dello Stato. La commissione per le Relazioni estere del Senato americano ha infatti ricevuto una lettera, firmata da 140 organizzazioni private e cittadini, che chiede la fine dell’embargo che dura ormai da 60 anni, denunciando la violazione dei diritti umani fondamentali di questa politica.
“In questo tempo, il suo effetto principale è stato la sofferenza in massa della popolazione cubana”, si legge nella lettera, in cui viene presentata anche una stima in denaro dei danni provocati dal blocco economico, commerciale e finanziario degli Usa al popolo cubano, che si aggirerebbe intorno ai 159milioni di dollari. Si precisa anche che questa politica è impopolare negli Stati Uniti, dove la maggioranza del pubblico appoggia la fine dell’embargo. “Ripetuti sondaggi hanno rilevato che una maggioranza significativa dell’opinione pubblica americana, compresa la maggioranza dei democratici e dei repubblicani, è favorevole alla fine dell’embargo”, si sottolinea.
La lettera era indirizzata al senatore democratico Ben Cardin, presidente della commissione, che aveva partecipato durante il governo di Obama ai processi per il ristabilimento delle relazioni diplomatiche. Al momento non sembra che gli Stati Uniti siano intenzionati a prendere decisioni. Un azione in tal senso, però, sarebbe decisiva per il Paese, forse l’unica possibilità di risanare le crepe che hanno causato la crisi e di uscirne definitivamente.
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