Il Giappone è riuscito a evitare il diluvio dei dazi di Donald Trump contro le sue aziende grazie a un particolare accordo raggiunto con gli Stati Uniti. Per ingraziarsi il tycoon, Tokyo si è impegnata a investire, concedere prestiti e offrire garanzie statali per finanziare progetti negli Stati Uniti per un valore complessivo di 550 miliardi di dollari entro il 2029, anno in cui si concluderà il secondo mandato di Trump. Lo scorso febbraio sono stati resi noti i primi tre: una centrale elettrica a gas naturale da 33 miliardi di dollari e 9,2 gigawatt in Ohio, un impianto di esportazione di petrolio greggio in acque profonde in Texas (2,1 miliardi) e una fabbrica di diamanti industriali sintetici in Georgia (600 milioni). Questi progetti sono il risultato di mesi di intensi negoziati e coinvolgono importanti aziende giapponesi.
Il ministero dell’Economia di Tokyo ha fatto sapere che Toshiba, Hitachi e Mitsubishi Electric sono interessati a fornire beni alla centrale elettrica a gas, mentre le aziende siderurgiche Nippon Steel e Jfe Steel, insieme a al gruppo di navigazione Mitsui Osk Lines, hanno messo nel mirino il sito petrolifero. Per il ministro nipponico dell’Economia, Ryosei Akazawa, che ha mediato l’accordo con il segretario al commercio Usa, Howard Lutnick, questo accordo rappresenterebbe “la promozione di vantaggi reciproci tra Giappone e Stati Uniti”, o meglio ancora, “una relazione vantaggiosa per entrambe le parti”. A Tokyo c’è chi ha iniziato a dubitare.

L’accordo con gli Usa: un’opportunità o un rischio?
La situazione sta assumendo una certa importanza visto che tra i dubbiosi c’è uno dei più alti dirigenti giapponesi. Yoshimitsu Kobayashi, presidente del think tank economico Japan Productivity Centre, ha lanciato un allarme sul Financial Times in merito ai continui flussi di denaro diretti dalle aziende nipponiche agli Stati Uniti, peraltro in un momento in cui all’ombra del Monte Fuji crescono le preoccupazioni per la mancanza di investimenti interni che sarebbero necessari per risollevare la produttività nazionale in calo.
“Possiamo davvero continuare a destinare 550 miliardi agli investimenti negli Stati Uniti mentre gli investimenti in Giappone si stanno prosciugando?”, si è chiesto Kobayashi, già presidente di Tokyo Electric Power, la più grande azienda elettrica del Paese, e di Mitsubishi Chemical. La domanda è particolarmente spinosa.
Molti esperti hanno iniziato a mettere in discussione sia la fattibilità di un simile investimento sia, soprattutto, le implicazioni per l’economia giapponese. Certo, il Giappone era sotto pressione ed è stato pressoché costretto a scendere a compromessi con Washington. I termini dell’intesa, tra l’altro, sono particolarmente vantaggiosi per gli Usa.
Un esempio? Conferiscono a Trump il potere decisionale finale su quali progetti saranno approvati e impongono un termine di 45 giorni tra l’annuncio degli stessi e l’obbligo di Tokyo di soddisfare le richieste di finanziamento. Non solo: se il Giappone ritardasse o decidesse di non investire più nei piani, rischierebbe sanzioni sotto forma di aumento delle tariffe doganali o di pagamenti compensativi.

Tokyo sotto pressione
Il fatto di destinare oltre 500 miliardi a investimenti oltre Oceano si scontra con uno degli obiettivi fissati dal governo di Takaichi Sanae: incrementare la produttività del lavoro del 15% entro il prossimo quinquennio, così da promuovere una crescita interna. Il Japan Productivity Centre ha tuttavia individuato proprio nella debolezza degli investimenti interni – una debolezza acuitasi a partire dalla crisi finanziaria del 2008 – la causa principale del nodo che intende sciogliere la premier. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il prodotto economico del Giappone per ora lavorata vale 53 dollari (al netto del potere d’acquisto), rispetto a una media di 75 dollari delle nazioni del G7.
Forse, ha lasciato intendere Kobayashi, Tokyo farebbe bene a destinare maggiori risorse a problemi interni. In ogni caso, il meccanismo per evitare i dazi di Trump è già stato perfezionato: i progetti sono finanziati dalla banca statale Japan Bank for International Cooperation e da altri istituti commerciali sostenuti da Nexi, l’agenzia di credito all’esportazione.
“Il Giappone fornisce il capitale. Le infrastrutture vengono costruite negli Stati Uniti. I proventi sono strutturati in modo tale che il Giappone ottenga un ritorno sull’investimento e gli Usa acquisiscano risorse strategiche, una maggiore capacità industriale e un rafforzamento del proprio predominio energetico”, ha affermato Lutnick. Ecco, in Giappone c’è chi inizia a pensarla un po’ diversamente…

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