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Mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti discutono di possibili nuove sanzioni alla Russia e mentre si dibatte sul possibile sequestro dei circa 300 miliardi di dollari di asset russi congelati in Occidente dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, da Mosca arriva un avvertimento: il Cremlino dispone di una base di beni di proprietà occidentale potenzialmente aggredibili come contropartita qualora a Washington e Bruxelles si decidesse di alzare il tiro.

Ria Novosti ha pubblicato infatti un dettagliato grafico che spiega che ad oggi sono valutati ben 285 miliardi di dollari gli asset di proprietà del blocco occidentale nel mercato russo. 238 miliardi di essi sono riconducibili a istituzioni dell’Unione Europea.

Un messaggio politico chiaro: Mosca intende dimostrarsi in grado di poter controbattere a ogni manovra ostile volta a alienare definitivamente la proprietà russa degli asset in questione. E intende giocare le sue carte per ricordare ai Paesi occidentali che la dipendenza bilaterale è ancora lungi dall’essere superata. Le stime sono in linea con un’analoga proiezione fatta a gennaio 2024, quando si stimava il valore complessivo dei beni occidentali localizzati in Russia in 288 miliardi di dollari, un ordine di grandezza quantomeno simile.

Ad oggi, l’Unione Europea e i Paesi del G7 hanno impegnato i proventi finanziari degli asset russi congelati per ottenere risorse da destinare al sostegno materiale, economico e militare all’Ucraina in guerra con Mosca ma si sono ben guardati dal ribaltare le regole internazionali di mercato incamerando e espropriando oligarchi, banche e aziende di Stato russe dei beni a loro alienati per effetto delle sanzioni.

Ursula von der Leyen, nel recente discorso State of the Union, ha dichiarato che a Bruxelles “dobbiamo lavorare urgentemente a una nuova soluzione per finanziare lo sforzo bellico dell’Ucraina sulla base dei beni russi immobilizzati. Grazie ai saldi di cassa associati a questi beni russi, possiamo fornire all’Ucraina un prestito di riparazione. I beni stessi non saranno toccati. E il rischio dovrà essere sostenuto collettivamente. L’Ucraina restituirà il prestito solo quando la Russia avrà pagato le riparazioni”. Un nuovo salto di qualità che non apre alla confisca ma mette in campo l’idea di sfruttare con forza crescente i beni di Mosca contro la Russia stessa. Da qui il messaggio mandato dalla Russia.

Che margini effettivi ci sono per la Russia, nel caso, di rispondere? Kommersant, principale quotidiano economico, russo, ha diviso i calcoli tra gli Stati comunitari e quelli non-Ue. Tra questi ultimi, innanzitutto, ” i paesi del G7, il maggiore investitore in Russia sono gli Stati Uniti, con un patrimonio di 7,7 miliardi di dollari. Seguono Giappone (4,8 miliardi di dollari), Canada (3,9 miliardi di dollari) e Regno Unito (3 miliardi di dollari)”.

Inoltre, “la Svizzera detiene 27,5 miliardi di dollari, la Norvegia circa 43 milioni di dollari e l’Australia 400 milioni di dollari”, ma è sicuramente il dato comunitario il più vasto e interessante: “Cipro è il maggiore detentore di asset russi tra i paesi europei, con 145,4 miliardi di dollari. La Francia ne detiene 21,7 miliardi, la Germania 19,2 miliardi e si stima che i Paesi Bassi controllino circa 20,8 miliardi, sebbene non siano disponibili cifre esatte. Anche Italia (12,6 miliardi) e Austria (6,9 miliardi) detengono investimenti significativi, mentre il resto dell’UE ne detiene circa 11,5 miliardi”.

La presenza di Cipro al primo posto lascia pensare che i calcoli di Mosca siano in larga parte amplificati rispetto al dato reale, poiché molte istituzioni russe hanno messo piede nell’Isola di Venere per poter essere accreditate come soggetti comunitari. Di conseguenza, molti degli asset classificati come occidentali potrebbero essere, in ultima istanza, a tutti gli effetti russi. Il valore supera di gran lunga, però, la quota di 1,9 miliardi di dollari di asset che Nicosia ha congelato sul suo territorio. E il messaggio della Russia è chiaro: c’è, comunque, una riserva di beni ancora presenti nel Paese sotto forma di stock di investimenti diretti esteri potenzialmente incamerabili come deterrente a analoghe mosse euro-atlantiche.

Nel quadro di una campagna di nazionalizzazione di asset (stranieri e non) che ha già coperto un valore di 50 miliardi di dollari dall’invasione dell’Ucraina il presidente Vladimir Putin ha inserito dapprima le quote di compagnie che hanno lasciato la Russia – tra cui Danone, Carlsberg, Efes, Rolf, Makfa – o di alcune che hanno visto temporaneamente la loro attività russa trasferita a compagnie nazionali, come l’italiana Ariston, senza passare a un’operazione su larga scala. I numeri ci sarebbero, anche se nella misura minore di quanto dichiarato da Ria Novosti. E questo è il messaggio che Mosca intende far arrivare ai suoi rivali.

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